Peter May: L’uomo di Lewis

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L’uomo di Lewis è il secondo volume di una trilogia dello scrittore scozzese Peter May che, da qualche anno, ha lasciato il paese di origine preferendogli la Francia. Tale trilogia si apriva con il romanzo L’isola del cacciatore di uccelli che, inizialmente, sembra abbia faticato un po’ prima di ottenere l’attenzione degli editori ma, una volta pubblicato, è stato accolto bene un po’ ovunque. Qui da noi è stata Einaudi ad accorgersi delle doti narrative di May e quindi la trilogia viene presentata dalla collana Stile Libero fin dal primo libro.

Si tratta di storie ambientate sull’isola di Lewis e Harris, appartenente all’arcipelago delle Ebridi Esterne, ove pare che lo scrittore abbia soggiornato per un periodo per motivi di lavoro: il protagonista dell’intero ciclo è l’ispettore Finlay (Fin) Macleod, originario di quelle zone, che, dopo una serie di tragiche vicende personali che hanno sconvolto la sua esistenza e mutato ogni prospettiva, va alla ricerca delle proprie radici rinunciando così ad una carriera che gli stava offrendo delle soddisfazioni. Nessuna novità, dunque, nelle caratteristiche del personaggio: costantemente depresso, tormentato dai ricordi, dominato dai rimpianti, è un ‘prototipo’ che si ritrova nei ‘noir’ di tutti i tempi. Nel primo capitolo egli si trova a doversi occupare di un delitto misterioso avvenuto proprio sulla sua isola natia, nel villaggio di Crobost; ne L’uomo di Lewis, invece, Macleod torna ai paesaggi dell’infanzia con l’idea di installarsi in quei luoghi, ricercando i vecchi legami ed i panorami mai dimenticati. Tuttavia, dopo aver reincontrato l’amore della sua giovinezza, Marsaili, proprio quando è in procinto di ristrutturare l’abitazione dove ha vissuto con i genitori, viene coinvolto nelle indagini relative al rinvenimento della salma di un uomo misterioso nei boschi locali. Nonostante  il decesso risalga a tanti anni prima, il corpo è molto ben conservato a causa delle sostanze presenti nel terreno torbicolo dell’isola; poiché dai primi esami emergono dei collegamenti proprio con la famiglia di Marsaili, il nostro protagonista non può, in effetti, fare a meno di interessarsi dell’accaduto, mettendo a disposizione delle autorità locali l’esperienza accumulata in anni di attività investigativa. La vicenda ‘gialla’ si sviluppa gradualmente, arricchendosi via via di dettagli sempre nuovi ed inframmezzata dalla narrazione di episodi legati alla storia di Macleod, ma la suggestione del libro non è, in realtà, nella trama, che anzi appare analoga a centinaia di altre dello stesso genere e nemmeno nel disegno della personalità dei protagonisti, in cui si rilevano anche alcune incongruenze: ciò che ne L’uomo di Lewis davvero emoziona è la presenza continua e quasi sempre assai intensa del paesaggio assolutamente particolare delle isole Ebridi, dal quale l’autore è palesemente affascinato. Le descrizioni delle scogliere battute dalle onde, dei boschi e delle torbiere, il panorama dei villaggi arrampicati su colline spoglie color grigio ferro, sempre ventilate, tutto questo fa da sfondo ad ogni fase della vicenda e, talvolta, si tratta di qualcosa di più di una semplice cornice folkloristica: sia che il clima sia soltanto grigio o appaia sferzato dalla pioggia inclemente cui gli abitanti sono abituati, sia che invece splenda un freddissimo sole che rende l’aria trasparente e luminosa, l’elemento ambientale è sempre evidenziato come parte dello stato d’animo comprensibilmente cupo dei protagonisti del romanzo. Si può dire che tale contesto naturale sia parte integrante dei caratteri, come avesse contribuito a formarli: tutti i personaggi infatti, sembrano chiusi, taciturni, introversi e poco dotati di comunicativa, come se la durezza delle condizioni di vita e il senso di solitudine imperante in questi luoghi li avessero effettivamente plasmati.

Del resto Peter May ha collaborato a diversi programmi televisivi ed è probabilmente incline a dare più rilievo all’aspetto scenografico che a quello prettamente letterario. Così la bellezza ‘visiva’ sopperisce alle incoerenze cui prima si accennava: ottimistico, per esempio, pensare che l’anziano padre di Marsaili, Tormod Macdonald, nonostante sia affetto da demenza senile, possa ricordare con esattezza episodi risalenti a molti anni prima e possa addirittura farne resoconti sensati lunghi svariate pagine pur senza essere in grado di riferirne a voce; dal momento che proprio in questa figura l’autore ha posto gli elementi chiave della storia, forse sarebbe stato corretto documentarsi sugli effetti che la malattia produce sulla mente di chi ne soffre e, per spiegare gli eventi, trovare una soluzione più plausibile degli interminabili monologhi interiori. Il finale risulta comunque suggestivo e, a mio avviso, può soddisfare anche i più smaliziati fra gli amanti del ‘noir’.

Peter May “L’uomo di Lewis”, Einaudi 2013, pag.368,  € 18,50

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