Red Sun Revival: Running for the dawn

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Le foglie ingiallite dall’Autunno che è finalmente giunto, gradito ospite, disegnano traiettorie bizzarre sospinte dal vento che cala da nord-est come una lama affilata; alcune si staccano dallo stormo (ché paiono uccelli alla deriva nell’immensità del cielo adombrato di nembi sfilacciati) e sbattono contro la finestra della mia stanza, i bordi rinsecchiti si spezzano lasciando che sia quel che residua a proseguire nella folle corsa verso l’ignoto. Costretto al riparo nel tepore domestico, faccio scorrere l’indice sulle coste dei cd accatastati l’uno su l’altro e… I Red Sun Revival! Ma come, non li ho recensiti, eppur sono mesi che Running from the dawn mi concede la grazia della sua compagnia, certe ore che mi sorprendono più incline alla compulsazione solinga, magari mirando appunto il paesaggio attraverso il vetro appannato della camera. Rob Leydon (quivi al canto) era uno dei tre Voices Of Masada dell’amico Danny Tartaglia, e tanto per rendere ancor più autorevole il suo curricula, ha prestato il proprio ingegno a Nosferatu ed Adorations. “My child” apre il disco e subito vengo, per l’ennesima volta, travolto dalla nostalgia. Solo gli inglesi possono suonare così credibili, così aderenti alla tradizione senza per questo apparire come degli stracci vecchi da gettare, o come quella giacca che ci ostiniamo a tener nell’armadio, solo perchè evoca fasti trascorsi. E’ questo il senso di un disco che risulta piacevole, e che non si volge al passato con rimpianto (meglio i rimorsi, mi ripeteva il nonno!), bensì solo per trarne qualche linea guida. Il gruppo è coeso e segue le direttive del leader, la chitarra di Matt Helm ed il basso di Panos Theodoropulos trovano una valida spalla in Christina Emery e nel suo violino, poi è la voce di Rob ad indicarci la retta via nel buio di una notte che sa di tempesta, nera come la pece che s’attacca alla tua pelle e che non vuol lasciarti. Abbraccio mortale, quello di “Last for words” coi Nephilim in marcia, e quello di “Last chance”, perse nella nebbia ch’è scesa inattesa sui prati smeraldini ancora umidi dell’ultima pioggia. Anime che vagano alla ricerca di un indizio, cercando di farsi una ragione del peccato che le ha condannate all’eterno oblio, tra le fioche luci di pallidi lampioni che vorrebbero illuminare le viuzze tortuose del villaggio, ma che non riescono a vincere la foschia che a tutto s’appiccica, resa ancor più ispessa dalla coltre di fumo che incombe sulle spoglie casupole dei pescatori, come la cappa dell’Inferno. Fuori dalla locanda dei nottambuli obnubilati dall’alcool litigano (“Miracles”), dal mare giungono i tonfi delle onde che s’infrangono sugli scogli, aroma salmastro impregna le vesti del coraggioso viandante e ne ferisce le nari provate dall’umidore. Il cammino è ancora lungo, chissà dove lo porterà. Alla riuscita di Running from the dawn, disco onestissimo, contribuiscono le sapienti mani di Stephen Carey e di Andy Jackson, e The Eden House, anche se sinceramente li reputo di tutt’altro livello, non sono poi così lontani. No, non è più solo questione di revival o meno, qualcosa a Londra e dintorni ha ricominciato a muoversi. All’erta, il brit-goth ha mille vite… Ed ora indosso la stiriana ed esco a raccogliere le foglie…

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