“Still life” di Uberto Pasolini: chi ha detto che si muore soli?

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Non è un Natale rutilante di colori, questo, per cui l’uscita di Still Life, il film meno natalizio che si possa immaginare, risulta perfettamente nel contesto. Uberto Pasolini che, nonostante sia un nostro connazionale, lavora da tempo all’estero ed ha girato il suo secondo lungometraggio interamente in Inghilterra con cast inglese, ha creato un’opera sulla solitudine fra le più intense e sentite che si siano mai viste sul grande schermo. Il film è stato presentato e premiato alla 70ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dimostrando che una pellicola ‘piccola’, tutt’altro che spettacolare, girata con semplicità sulla base di una sceneggiatura niente affatto intricata e quasi completamente priva di svolte, può risultare comunque ‘intrigante’: in sostanza, il trionfo del cinema di europeo di un certo livello. Si tratta quindi di una ‘scommessa’ riuscita, anche per la scelta felice degli interpreti, in particolare Eddie Marsan, che impersona la figura principale: senza di lui, a mio avviso, la realizzazione di quest’opera non avrebbe avuto lo stesso esito. John May, insomma, non poteva essere un attore qualunque.

Della trama, dunque, si sappia soltanto quanto è indispensabile: il protagonista è l’impiegato di uno squallido ufficio comunale situato in una delle periferie londinesi, che ha lo sgradevole compito di curare le esequie di chi muore in solitudine. Ci si potrebbe immaginare che tali tristi eventi siano risolti dagli organi competenti nel modo più sbrigativo possibile, ma nel caso del signor May non è così: quest’uomo silenzioso, lento ed abitudinario sembra non abbia altro obiettivo nella vita che rendere dei veri onori funebri agli sfortunati sulle cui tombe nessun parente verserà una lacrima. Se quindi la ricerca dei congiunti che possano essere interessati alla perdita si dimostra vana, è lui stesso a presenziare al funerale, organizzando con cura ogni dettaglio come il più amorevole dei familiari. Non serve molto tempo allo spettatore per comprendere che il personaggio si trova nel medesimo doloroso stato di coloro di cui si occupa: nella sua vita fatta di giornate sempre uguali non compare nessun volto amico; nessuna mano affettuosa gli fa mai una carezza e, di conseguenza, nessuna mano pietosa lo accompagnerà nell’ultimo viaggio. Ma il ritratto di John May non vuole essere uno studio psicologico: il suo viso non rivela malesseri o rimpianti, anzi, la sua espressione, che la telecamera riprende di continuo, spesso da molto vicino, resta costantemente serena e partecipe e nulla lascia intuire di un’eventuale tragedia interiore. La sofferenza per una situazione così deplorevole sembra essersi trasformata nel più nobile dei sentimenti umanitari; o è proprio la ricerca di un po’ di calore per sé, che lo spinge a conservare pietosamente le fotografie di chi non è più ricordato da nessuno per farne una sorta di album di famiglia? Di fronte al suo sguardo sincero qualunque congettura è lecita ma è anche destinata a non ricevere conferme, tanto il suo contegno pare retto, quasi senza sfumature: di certo, però, è la consapevolezza della propria, irrimediabile condizione di solitudine che lo induce a tributare agli altri quelle premure che nessuno presterà a lui, una condizione che tuttavia egli sembra aver accettato e metabolizzato, almeno apparentemente. Il dubbio in proposito, però, sorge quando tratterà  quello che sa già  essere l’ultimo caso: il suo intenso coinvolgimento rivelerà un aspetto del suo modo di sentire che, fino allora, era rimasto in secondo piano.

Tutto questo conferisce a Still Life un’atmosfera di malinconia disperata cui concorre ogni altro particolare del film: le strade ed i quartieri che il protagonista percorre non potrebbero essere più tristi e grigi, la fotografia essenziale non conosce effetti speciali e non fa che riportare l’anonima realtà così come possiamo vederla nella nostra quotidianità; eppure, le squallide vie della periferia non hanno mai avuto una simile portata poetica e anche le immagini delle abitazioni vuote dei defunti hanno un loro inspiegabile fascino. Certo, la lentezza dell’azione – cioè la lentezza di John May che, proprio per questo, verrà criticato dal suo insensibile direttore – sembra a volte non corrispondere ai ritmi della nostra vita normale e, in effetti, occasionalmente rende la visione un po’ faticosa. Ma l’unico vero ‘scivolone’ della pellicola non è, a mio avviso. questa caratteristica dello stile, palesemente voluta: le scene che concludono l’opera, delle quali non vogliamo naturalmente rivelare nulla, paiono purtroppo obbedire ad un’intenzione pseudoconsolatoria che in verità  non rallegra ma precipita nella retorica buonista un finale che avrebbe dovuto secondo me seguire il dettato sobrio di tutto il film.

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