“Lo sguardo di Satana – Carrie” di Kimberly Peirce: Harry Potter docet…

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Lo sguardo di Satana – Carrie è l’esempio lampante di un ‘remake’ che non avrebbe mai dovuto essere fatto, almeno così come è stato concepito: spiace dirlo a proposito di una regista, Kimberly Peirce, di cui abbiamo apprezzato l’opera prima, Boys Don’t Cry, e di una coppia di attrici di tutto rispetto come Chloë Moretz e Julianne Moore. Non è solo il confronto con l’originale cui fa riferimento, l’intramontabile classico di Brian De Palma, che parla a sfavore della nuova versione: in realtà, anche se il precedente non fosse mai esistito, la pellicola della Peirce sarebbe risultata scialba e povera di emozioni, a dispetto di tutto l’impegno profuso dalle interpreti nei loro ruoli.

La storia di Carrie White e di sua madre, Margaret White, così come era stata ideata, inizialmente, da Stephen King nel libro e, successivamente, da De Palma nella prima trasposizione cinematografica, era principalmente la vicenda della crescita ‘sbagliata’ di un’adolescente da cui conseguivano sofferenza e malessere profondo e delle drammatiche turbe psichiche di una donna dominata da una fede religiosa di patologica intensità, che non aveva saputo metabolizzare la colpa e la vergogna per una gravidanza fuori dalle regole. Questa situazione era, in sostanza, all’origine del bizzarro carattere di Carrie che l’aveva resa, fra compagni e coetanei, una specie di ‘outsider’ e delle insoddisfazioni familiari ed affettive di Margaret che avevano fatto di lei una madre opprimente e tirannica, incapace di sostenere la figlia in una delle fasi più delicate della vita. Dunque, il complesso di queste problematiche ‘corpose’ ed  impegnative riempiva di significato l’’orrore’ in sé e ne ampliava gli effetti: il film di De Palma, nonostante risalga a più di trent’anni fa, resta un modello insuperato del genere per la sua capacità di trasmettere un’indicibile angoscia, grazie anche alla meravigliosa abilità di Sissi Spacek nel rappresentare il dolore e la successiva vendetta come forse prima di lei hanno saputo farlo le eroine delle tragedie greche. Chi abbia visto Carrie del 1976 non può aver dimenticato l’espressione del suo viso nella famosa scena madre in cui, umiliata dalla crudeltà delle compagne, sfogava tutta la sua rabbia nella sala del ballo come una ‘nemesi’ definitiva e terribile. Del resto, per tutto il tempo, il lavoro di De Palma risultava pervaso di una tensione che faceva presagire chiaramente l’apocalissi finale.

Di tutto questo, ben poco si ritrova nella nuova versione. Chloë Moretz, della quale abbiamo apprezzato le doti in Hugo Cabret e – perché no – anche nell’altro remake forse un pelo più riuscito Blood Story, appare qui completamente fuori ruolo: la sua disadattata Carrie, infatti, sembra distinguersi dalle altre figure soltanto grazie ad alcune occhiate ‘bieche’ e ad un’andatura curva che non riescono assolutamente a rendere la sofferenza e la violenza che il personaggio custodisce in sé fino al momento finale in cui le/si libera. La scoperta graduale del potere di muovere gli oggetti dà luogo a manifestazioni che, talvolta, scivolano nel grottesco e richiamano alla memoria le magie di Harry Potter se, tuttavia, non fosse assente la bacchetta magica. Sua madre, impersonata da un’attrice del calibro di Julianne Moore, dà più che altro la sensazione di una malata psichica ed è lontana dalla spiritualità inquietante, quasi diabolica della Piper. La regista riadatta tutta l’ambientazione per renderla ‘contemporanea’, introducendo cellulari, Internet e ‘social network’ ma il risultato, inspiegabilmente è quello di una volgarizzazione ed una banalizzazione che riducono lo spessore dei personaggi, soprattutto i più giovani, facendone un perfetto prototipo degli adolescenti fatui ed inconsistenti che spesso popolano i cattivi film dell’orrore; perché, alla fine, è questo che la Peirce ha realizzato: un film dell’orrore di serie B, un po’ troppo piatto per fare paura, non abbastanza ‘splatter’ da far sorridere, insomma, un po’ poco tutto. Nel suo restare fedele alla storia efficacemente narrata da Stephen King nel romanzo – la trama, infatti, continua a funzionare! – la pellicola la trasforma però in una storiellina dove, alla fine, alcune sciocche ‘bullette’ fanno arrabbiare una loro compagna che si vendica crudelmente di loro: ma così che gusto c’è?

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