M!R!M: Heaven

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Avevamo già preparato la nostra playlist di fine anno quando ho avuto l’occasione di ascoltare questo Heaven del progetto italiano M!R!M: ecco perchè non l’ho menzionato fra le uscite più di rilievo del 2013 mentre invece l’avrebbe meritato alla grande. Heaven, infatti, non mi ha solo convinto, mi ha proprio conquistato, come se in qualche modo avesse toccato delle corde intime che, ultimamente, poche cose – almeno incontrate di recente – hanno saputo muovere così. Dell’anima di questo progetto, il giovanissimo Jacopo Bertelli, non si sa altro se non che è già attivo da un po’ e che è rimasto l’unico titolare di  M!R!M, nato inizialmente come duo. Posso ipotizzare che non si tratti di una personalità semplice se, a ventitre anni, si esprime con queste sonorità: per quanto inquadrabili indicativamente nel post-punk, esse sembrano in effetti il frutto di un tormento dell’anima o di una rabbia a fior di pelle che non diviene mai realmente violenza ma fa male e sconvolge nel profondo. Non paesaggi da angoscia metropolitana o, almeno, non solo: Heaven è una sorta di viaggio che attraversa aridi mondi siderali, ove nessuna creatura respira e la solitudine è sconfinata come il cosmo. Esagero? Ascoltate la prima traccia, “Jubilee”: il ritmo decisamente sostenuto non emana onde di energia ma freddissime ‘ventate’ che suscitano arcani echi; sui suoni taglienti si innesta il canto come un sussurro minaccioso che involontariamente spinge a guardarsi inquieti alle spalle. Dura pochi minuti ed ecco “Seeking Love”, un concentrato di cattiveria da cui ci si sente quasi torturati: intorno vuoto ed oscurità, dietro la solita voce sinistra ma un po’ ambigua, e si stenta a credere che la musica venga semplicemente da synth, chitarra, basso… Arrivati a “Dead inside”, sorge il dubbio che qualche entità maligna ci stia realmente inseguendo: il ritmo ancora più incalzante, il synth è come un grido e la direzione è ignota. Non fanno chiarezza i suoni new wave più ‘tradizionali’ – ma ‘avvelenati’ dalla corrosiva voce  –  che caratterizzano “Never Trust” e tanto meno la cupissima “Liebe Machen”, il primo singolo tratto dall’album, la più spettrale fra le ‘scene’ d’amore cui mi sia capitato di assistere. Ancora nessuna pausa con “Sodoma”, in cui l’affannosa galoppata prosegue verso il nulla con il ritmo febbrile nella testa e nella gola mentre “Homesick” trasuda dolore e tormento e “Lizards”, dove però è Nathalie Bruno dei Phosphor a cantare in modo magistrale, esprime più che altro una malinconia ‘lacerata’ dalla tastiera. “Acid Dreams” contiene la propria essenza nel titolo: geniale la disarmonia ‘noise’ che, qua e là, incrina la struttura con piccole ma profonde ‘staffilate’. In chiusura, “Embraced Forever” concede l’agognata sosta che, tuttavia, non equivale a serenità raggiunta e, forse, neanche alla meta che il ‘viaggio’ doveva essersi posta: magari perchè viaggio non esiste ma sono state le pareti di questa o qualunque altra stanza che, divenute all’improvviso opprimenti fino quasi a soffocarci, hanno generato allucinazioni in sequenza ed infatti, prima ancora che il brano termini, bisogna riprendere a correre. Non c’è una sola delle tracce di Heaven che non susciti una profonda emozione e Luis Vasquez cominci a tremare: se qualcuno toglierà a The Soft Moon il primato dell’’oscurità’, forse sarà il progetto italiano M!R!M.

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