Marissa Nadler: July

0
Condividi:

Diversamente da altri redattori di Ver Sacrum, non sono una fan della songwriter americana, giunta ormai al settimo full length. Riconosco però quanto le sue doti vocali e le atmosfere sognanti che le sue melodie sanno creare possano affascinare gli amanti del folk, genere che lei ha abilmente arricchito di elementi particolari, se per la sua musica è stato coniata l’etichetta ‘dream-folk’ che, a ben pensarci, si adatta a pochissimi altri artisti. Per questa ragione gode di vasti apprezzamenti anche da parte di estimatori non abituali di questo stile. July contiene undici tracce ed è prodotto da Randall Dunn, finora più ‘specializzato’ in bands di metal, che, a detta di tutti, ha contribuito a rendere il suono più corposo. Apre “Drive” con morbide note di chitarra che, grazie al canto malinconico, ai coretti e alla tastiera ‘gentile’ si rinvigoriscono strada facendo: si delinea così quel paesaggio armonioso ma languido e privo di colori sgargianti che è il tratto dominante di questo disco e dello stile della Nadler. Subito dopo “1923” è ravvivata dagli archi di Eyvind Kang che integrano – impreziosendola – la linea melodica minimale; “Firecrackers”, invece, presenta la tradizionale formula della ballata: benché il contenuto sia drammatico, la voce risulta di quando in quando un po’ troppo sdolcinata. Bellissima, delicata melodia quella di “We Are Coming Back” in cui la songwriter canta con timbro sobrio ma dolcemente accompagnato da un controcanto e dà a mio avviso il meglio di sé mentre invece in  “Dead City Emily” uscita anche come singolo, si apprezza l’interazione perfetta fra chitarra e tastiera che, abbinata all’intensa parte vocale, sconfina gradevolmente nell’ethereal. Poco più in là, decisamente efficace il piano di “I’ve Got Your Name”, ma ancora la voce indugia su toni estremamente carezzevoli, sfiorando il melenso. Senza mezzi termini stupenda, invece, “Desire”, in cui semplici accordi di chitarra uniti a scarni interventi della tastiera e ad un canto intenso e struggente sanno trasmettere una specie di magia, come il rimpianto suscitato da vecchie immagini color seppia in cui si ritrovano affetti del passato. Chiude “Nothing In My Heart”, anch’essa in stile ballata folk, due minuti circa di sobria ‘depressione’ che fanno addensare tutte le ombre finora convenute. Gli ammiratori della Nadler non avranno sicuramente nulla da ridire.

Condividi:

Lascia un commento

*