Australasia: Vertebra

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Siamo arrivati in ritardo a dare notizia del primo full-length del progetto Australasia, benché avessimo così tanto gradito l’EP Sin4tr4. Colpevoli di questa mancanza le Poste Italiane, ma ora ci preme rendere giustizia a Vertebra che, a dispetto dell’attesa,  si è dimostrato un lavoro davvero bello, di cui vale la pena parlare anche dopo qualche mese dalla sua uscita. Il valente polistrumentista Gian Spalluto continua qui il suo percorso di originalità e qualità, sfornando sonorità che appare limitativo definire ‘postrock’: si tratta di musica che è, simultaneamente, anche poesia e, con l’intervento in qualche occasione della vocalist Mina Carlucci e  del chitarrista Giuseppe Argentiero diviene  un’esperienza dei sensi e dell’anima, una specie di viaggio mistico durante il quale può accadere di perdersi fra fantasie e visioni. La scelta dei titoli dei brani sembra alludere ad elementi essenziali per la nostra esistenza: parti di noi (“Aorta”, “Vertebra”), forme della nostra comunicazione (“Antenna”, “Cinema”) e via dicendo:  questo contribuisce alla magica capacità che hanno di compenetrarsi con la sensibilità di chi ascolta, favorendo l’abbandono fin quasi all’assenza. Apre, appunto, la bella “Aorta”, che non è una delle più pacate: per quanto abbia un esordio decisamente ‘soft’, il suono si arricchisce quasi subito di note di chitarra possenti ed il ritmo si fa ben presto incalzante a dispetto della chiusa eterea di angeliche voci. Segue “Vostok” che, in qualche passaggio, ribadisce il concetto, evidenziando legami con il metal che altrove sono solo a livello assai vago. “Zero” lusinga le orecchie con una melodia malinconica e ‘atmosferica’, mentre “Aura” è un visibilio di armoniosa eleganza grazie anche alla parte vocale di Mina Carlucci. Bypassando  “Antenna”, già in Sin4tr4, e “Volume”, in cui batteria e chitarra si sentono forti e chiare si giunge alla splendida title track che inizia con liquidi arpeggi e confluisce in un suggestivo scenario notturno. A questo punto viene riproposta la bellissima, delicata “Apnea” che precede l’accoppiata finale, “Deficit” e “Cinema”; di esse vale menzionare la seconda, la traccia più lunga dell’intero lavoro ed anche quella più legata alle sonorità postrock, così come le conosciamo, per esempio, dai Mogwai: circa sette minuti di assorta malinconia in un’atmosfera leggera, quasi ‘galleggiante’. Vertebra riconferma così le belle premesse poste dall’EP di esordio e supera anche le più rosee aspettative.

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