Thine: The dead city blueprint

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Ancestrali riti duri a morire celebra la vecchia ed orgogliosa Albione, gelosa della sua progenie più illustre, pronta ad onorare col sangue la scarlatta croce di San Giorgio ed a difendere i culti che affondano tra i relitti del Tempo come le radici dell’erica e della ginestra che s’avvinghiano tenaci alle zolle della brughiera, resistendo all’implacabile vento che cala dal Nord come l’ascia del norreno invasore. Thine è creatura occulta che dal 1997 rilascia con parsimonia molliche di musica obscura, immaginifica e dalla forte valenza visiva, come le nove composizioni che contraddistinguono il recente percorso sonoro di The dead city blueprint, il quale conferma quella peculiare inclinazione che i nipoti dei sassoni e degli angli provano per le atmosfere fascinose della notte, il silenzio della quale è rotto improvvisamente dagli inquietanti latrati di creature che la fantasia più fervida può solo abbozzare (che il mastino che terrorizzava i mezzadri dei Baskerville s’aggiri ancora, magari solo in spirito, pronto ad affondare i suoi aguzzi canini nelle carni di qualche sventurato, ma improvvido viaggiatore?). Dark progressivo devoto ad Anatema e Katatonia, ossia quel ramo del genere che non esita a lasciarsi avvolgere dalle spire dello spleen. Ma i Thine sanno piazzare colpi da autentici Maestri come la sorprendente “The precipite”, ove sono pronti a lanciarsi in una folle corsa prendendo spunto da Foo Fighters ed Editors, ed il tutto non suona per nulla artefatto! Aver registrato agli Academy Studios (che ospitò pure My Dying Bride e Paradise Lost, oltre al combo dei Cavanagh, ossia la crema assoluta del doom inglese ossequiata nella sibillina “The beacon”!) attribuisce a The dead city blueprint ulteriore valore, ma un capolavoro di poetica umbratile come la title-track, ballata che evoca lunghe notti trascorse accovacciati sul tappeto liso della sala d’armi, dinanzi al camino che spande il tepore della sua fiamma guizzante, il rosso vivo della quale si riflette sugli usberghi che la ruggine vorrebbe vincere, non necessita di medaglie da appuntare sul petto. Mi piace immaginare i cinque drughi intenti a percorrere incerti sentieri tracciati tra felci ed antiche querce festonate di musco, per poi giungere ad uno slargo ricoperto di fogliame marcito,ove verrà accesa la pira votiva in onore degli Dei dei loro Padri, reiterando le formule pagane che i Cathedral del sommo Lee Dorrian levarono ad un cielo autunnale imbronciato di pioggia all’epoca del magistrale “Soul sacrifice”, quando nessuno poteva ancora preconizzare l’avvento di una nuova era del doom più sepolcrale ed autarchico. Ma Thine hanno evidentemente letto con attenzione i grimori vergati dall’inchiostro sacro che Comus, Fuzzy Duck e Saturnalia ricavarono da primitive formule tramandate da Sacerdoti dalla memoria ferma, ad onta degli incalcolabili lustri trascorsi nell’ombra dei loro Templi edificati da mani operose e devote con legname consacrato dai loro precettori, testimoni di un’epoca tramontata per sempre (“The rift”). Ma The dead city blueprint (come il titolo lascia intuire) canta di paure e drammi molto più reali di quanto evocato dalla loro liriche, e la desolata “Scars from limbo” s’adagia su d’un tappeto di torba, ove si lascia morire come che ha perduto ogni speranza per un futuro appena più dignitoso del presente, ché altro non esige. The dead city blueprint è l’accorato invito che i Thine consegnano alle nostre coscienze, esortandoci a cercare negli angoli più bui delle nostre città (morenti, soffocate dalla bruta Civiltà che ci ostiniamo a definire tale) le forze per resistere ancora e per procedere oltre…

Per informazioni: http://www.peaceville.com
Web: http://www.thine-online.co.uk
TagsThine
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