Two Moons: Elements

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Dopo il buon Colors, ecco il terzo lavoro dei Two Moons, progetto italiano in attività già da un quinquennio circa, la cui carriera è in questo periodo in piena ascesa, dal momento che stanno raccogliendo parecchi apprezzamenti in giro. Anche essere stati scelti, con  una cover di “Heart and Soul”, per la compilation  3.5 Decades – A Joy Division Italian Tribute in uscita il prossimo giugno a cura di Darkitalia è una soddisfazione non da poco.  In effetti, dopo la prima fase in cui i Two Moons sono parsi a molti più che altro legati alle sonorità ‘oscure’ degli anni ’80, Elements è la prova che i nostri stanno maturando ed acquistando uno stile personale di tutto rispetto. Le dieci tracce dell’album sono pervase da un’atmosfera estremamente tenebrosa, a volte arcana ed impenetrabile; la musica però è ‘piena’ e varia e, all’occorrenza, sa coinvolgere, se non travolgere. Apre l’ottima  “Welcome To My Joy” proponendo, in verità, suoni abbastanza ‘tosti’ con una chitarra suggestiva quanto spettrale che, talvolta, fa rabbrividire. Subito dopo, “Snow” gela l’anima come il suo titolo, nel canto tutta la disperazione di svegliarsi in un pianeta deserto ed ostile. Ma in “Rain” siamo trasferiti in un labirintico mondo di macchine dove si rischia di perdersi, la cui colonna sonora sa di metallo lucido: chitarra e basso sanno magistralmente come dipingere questo scenario. Ripiega nella malinconia più sconsolata “Autumn” e, sul ritmo uniforme, la chitarra fa decisamente meraviglie: gran pezzo, forse uno dei migliori; poi  “I’m Sure” trapassa in un clima da tregenda e ci si aspetterebbe quasi di vedere qualche demone in giro: è un sabba, l’eco inquietante che si percepisce sul fondo? Qui è la parte vocale ad affascinare. “Brand New” è diversa, vagamente ‘contaminata’ di rock e dunque contrasta con la seguente “The Scream”, in cui il ritmo rallentato, la chitarra improvvisamente addolcita ed il canto melodico, occasionalmente ‘sussurrato’, in effetti ‘spiazzano’. Dopo  un intermezzo di new wave classica (“Live To Give”) ed un altro più in linea con i tempi, cioè vicino alle sonorità dei migliori Editors (“Star’s Child”) – ma la chitarra, di nuovo, ‘giganteggia’ – ecco la splendida “Leaves”, sintesi nostalgica dell’intera opera, gotica e ‘sofferente’ nell’atmosfera: una chiusa che lascia ‘incatenati’. Superata l’emozione, il rumore ed il fumo ‘industriali’ della traccia ‘in più’ “Crazy World” non possono certo impressionare. Ecco un disco da consigliare senza riserve!

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