Lacuna Coil: Broken crown halo

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La notizia dell’abbandono dei due Cristiano (“Pizza” Migliore, chitarre, e “Criz” Mozzati, batteria, membri di lungo corso avendo militato nei LC fin dal 1998) mi sorprende ancor prima dare corso al primo ascolto di Broken crown halo. Disco ottimo, almeno per chi scrive, poi sono certo che l’uditorio si partirà in favorevoli e contrari, ma è nello stato delle cose che debba essere così. L’equilibrio perfetto che ha caratterizzato la lunga carriera dei nostri potrebbe di conseguenza subire delle alterazioni, ma non è il caso di abbandonarsi ad ipotesi od a teorie, il baricentro è stabile, lo dimostrano queste undici tracce nuove di pubblicazione, con Marco Coti-Zelati ad orchestrare brani dall’imprinting dark, potenti senza rinunziare all’appeal melodico che ha fatto la fortuna dei LC, ed il tandem Ferro-Scabbia a tessere testi dai quali traspare un retrogusto horrorifico (e che in “Die & rise” rivede l’utilizzo, parziale ma efficacissimo, dell’italico idioma), perfetto per le intenzioni sonore manifestate da “Maki”. Broken crown halo è stato registrato in Italia (Officine Meccaniche di Milano, casa di Mauro Pagani, PFM, come fu parzialmente per “Dark adrenaline”), anche se la masterizzazione è stata effettuata in California (da Howie Weinberg) e la squadra di produzione è stata coordinata da un’autorità del nu-metal come Jay Baumgardner (Coal Chamber, POD, Papa Roach fra i suoi assistiti), con  Kyle Hoffmann (ingegnere del suono), Mario Riso (batteria) e Jacopo Dorici assistente di studio a completare la formazione dei tecnici. Una mano diversa da quella di Don Gilmore, artefice del suono moderno di “Shallow life” e del citato “Dark adrenaline”, abbinata all’utilizzo di una strumentazione più datata (odio il termine vintage!) sicuramente ha influito sulla resa di canzoni che non rinunziano all’impatto (più dirette, crude che in passato), e che non snaturano l’essenza della proposta dei Lacuna Coil. Altro elemento da considerare, l’autorevolezza che Andrea Ferro veste nell’interpretare il suo ruolo, forse con maggior piglio rispetto quanto offerto negli ultimi anni. Si citano i Paradise Lost (sopra tutto in “Victims”), ma lo si fa con discrezione, non si rinunzia alla tentazione del singolone, quivi attestato da “I forgive (but I won’t forget your name)”, e nemmeno all’indulgenza pop, esaltata da una Cristina Scabbia per la quale ci si trova ormai a corto di aggettivi (potrebbe tranquillamente affrontare qualsiasi proscenio, ormai, si ascolti la finale “One cold day”). Peccato che Broken crown halo rimarrà per molti, troppi ascoltatori prevenuti nei confronti del genere un semplice disco heavy metal, magari i Lacuna Coil riusciranno anche a bucare le classifiche stilate dai settimanali italiani, non mancheranno comunque di ricevere riconoscimenti oltre confine (ed oltre-Oceano ove la fama è meritatamente consolidata), ma è inutile recriminare (od incaponirsi a vestire la cotta di maglia dei difensori della fede), riuscire a confermarsi ad altissimo livello oggidì costituisce davvero un’impresa, mettiamo da parte l’auto-lesionismo del quale siamo campioni e mettiamoci comodi, in cuffia Broken crown halo ha una resa pazzesca!

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