Black Hole: Living mask

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Contestualizziamo Living mask all’epoca di concepimento, anno 1989. “Land of mistery” lo precedette di quattro anni, e segnò l’emergere del gruppo (allora la formazione era di più classico impianto), vero e proprio precursore (alla luce di quanto venuto poi) di un suono catacombale che segnò i destini di tanti gruppi che direttamente od indirettamente a quell’opera devono la loro fortuna. Ma Living mask è altro. E’ molto altro. Tant’è vero che a definirlo doom anche se solo di sbieco significherebbe cadere in (mortale) errore. All’epoca tali definizioni venivano usate parcamente e, se è vero che oggidì il genere ha subito un definitivo sdoganamento (quanti dischi sono definiti doom?), questa arcana miscela di stili e di ispirazioni (tutte comunque ascrivibili ad una matrice esotericamente cupa) segna un vertice tutt’oggi verificabile d’inventiva e di coraggio. Fraseggi di basso cureiani in contesti contigui a Jacula/Antonius Rex (“Black hole”, il brano, psalmodìa deviata officiata da un sacerdote posseduto), possenti interventi di chitarra (prossimi al The Black celebrante la liturgia sabbathiana), sghembi interventi tastieristici, il tutto calato in una atmosfera di genuino horrore evocata da un cantato/recitato (anch’esso sovente ispirato alla wave più darkeggiante) che pare provenire da una cripta appena scoperta da qualche incauto profanatore di tombe, dalla quale esala il pesante lezzo della decomposizione. Black Hole è creatura mitologica che giuoca con efferata crudeltà colle Paure più ancestrali, vincendo anche il più temerario, soprendendolo con repentini cambi d’umore, pronto a decretarne la Fine con un semplice gesto annoiato della sua grinfia. “Living masks”, il brano, è solo uno di questi sei episodi, e potrebbe venir chiamato a rappresentare l’essenza del genio che caratterizza l’albo intiero. Follia, depravazione, oblio, l’istante istesso della caduta nel baratro del vizio e della corruzione, in questa assurda rappresentazione che è l’humana, miserrima vicenda: “The dark theatre”, coll’organo che segna uno ad uno i gradini che ci portano all’Abisso, incrostati di muffe e di sali, al quale fa seguito l’ingresso di una chitarra prona dinanzi l’effige di Iommi ed un cantato che ripulisce la voce di Osbourne donandocela ancor più suggestiva (con la new-wave che rientra prepotente nella porzione finale). Living mask venne pubblicato postumo nel 2000, ed oggi ci viene offerto dalla Jolly Roger nel suo formato originario, senza cioè l’abbellimento di orpelli (leggasi bonus-track) che poco afferiscono ai suoi contenuti originari. Roberto Morbioli (Robert Measles, tutti gli strumenti e voce) e David McAllister (chitarre) posero con Living mask un suggello autorevole ad un’epoca che non conosceva ancora spartizioni in mille rivoli, ma che pure guardava con sospetto, salvo casi eccezionali, a proposte che non rispettavano i canoni consolidati del settore. Ma Black Hole fu fucina d’iniziative, come dimostrato dalla successiva militanza degli altri membri del combo (dopo l’azzeramento della line-up avvenuto post-“Land of mystery”) in entità quali Sacrilege ed Epitaph, ed ascoltare ora le sue figlie, làmie spietate, simboleggia a noi fedeli quanto grandi furono, eppur sconosciuti rimasero. Ma per nostra buona Sorte si può ancora rimediare.

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