Red Temple Spirits: Dancing To Restore An Eclipsed Moon

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Di recente la Mannequin Records ha fatto uscire la ristampa, in edizione limitata, dei due principali album – Dancing To Restore An Eclipsed Moon e If Tomorrow I Were Leaving For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More… –  dei Red Temple Spirits, una mitica band statunitense nata alla fine degli anni ’80 che, fondendo le istanze derivate dal post-punk e dal dark con elementi mutuati dalla psichedelia, quella legata agli aspetti più ipnotici e rituali, riuscì a creare un amalgama unico e straordinario, tanto da entrare, a buona ragione, direttamente nella leggenda, visto che tra l’altro la loro carriera si chiuse ufficialmente nel 1992, dopo pochi anni di attività. Soltanto gli addetti ai lavori hanno finito con il conoscere le geniali potenzialità dei Red Temple Spirits, ma il loro ricordo non si è spento, come attesta l’iniziativa della Mannequin che offre a questo ‘culto’ nuove, seppur esigue, possibilità.  Le sonorità che si ritrovano nei due dischi  ricordano molto la musica dei conterranei – grandissimi! – Savage Republic, ma non mancano analogie con classici come i Pink Floyd o, per restare in ambito post-punk, Cure e Joy Division. Le atmosfere però, oltre ad essere fra le più oscure che quegli anni abbiano prodotto, presentano caratteristiche talmente originali da spiegare perché, in effetti, i Red Temple Spirits siano stati considerati quasi all’unanimità dai critici come una sorta di fenomeno, nonostante, appunto, non abbiano mai raggiunto la notorietà. Dancing To Restore An Eclipsed Moon, doppio LP uscito nel 1988, è generalmente ritenuto il capolavoro della band. Si ascolti la prima traccia, “Exorcism/Waiting For the Sun”:  inizia come un brano dei Pink Floyd e diventa poi la colonna sonora di un diabolico ‘sabba’  con batteria ‘impazzita’ e ritmo scandito da un basso tenebroso; le note ‘spagnoleggianti’ della chitarra contribuiscono all’aria esotica e un po’ ‘arcana’ che vi si respira, mentre la voce di William Faircloth si innalza come per un inno. Bellissima anche la successiva “Liquid Temple”, in cui una chitarra ingannevolmente seducente per i morbidi arpeggi introduce poi il canto ‘insinuante’, voluttuoso come può esserlo il sibilare di un serpente mentre il ritmo dilaga lento, quasi statico, creando un effetto totalmente ipnotico. Ma le atmosfere dei nostri sono mutevoli, infatti “Dark Spirits” vira verso un rock dalle tinte più chiare,  “Bear Cave” propone distorsioni cupissime e canto desolato e “Dreamings Ending” scatenata new wave (Cure, o meglio ancora Banshees!), attestandosi comunque su suoni personalissimi e moderni. Impossibile non menzionare poiWhere Merlin Played”, caratterizzata da curiose sonorità etniche e tribali sulle quali la voce trasognata traccia inquietanti visioni. La splendida, scatenata cover di “Nile Song” dei Pink Floyd è una vera orgia psichedelica, mentre “Lost In Dreaming”, una delle mie preferite, ci immerge in una suggestiva, notturna atmosfera wave; infine, la lunghissima “Light Of Christ / This Hollow Ground”, dominata dal basso ossessivo e dalla chitarra spietatamente tagliente, non ci fa mancare passaggi trascinanti, quasi furiosi. Come si diceva, anche il secondo disco dei Red Temple Spirits, If Tomorrow I Were Leaving For Lhasa, I Wouldn’t Stay A Minute More…, dedicato al buddismo, è stato ristampato: interessante quanto l’altro, appare però meno sperimentale e più convenzionale rispetto al precedente. Entrambi sono da considerare opere davvero importanti; chi fosse riuscito ad accaparrarsi l’edizione speciale con entrambi gli album, fatta uscire in pochissimi esemplari per il Record Store Day lo scorso 19 aprile, potrà ritenersi fortunato.

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