“The German Doctor – Wakolda” di Lucia Puenzo: la salute prima di tutto…

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Regista e scrittrice eclettica, per il suo terzo lungometraggio la giovane Lucia Puenzo sceglie di adattare per il cinema il suo romanzo Il medico tedesco – edito in Italia da Guanda – e di raccontare dal suo punto di vista – con solo qualche ritocco evidentemente necessario – una storia vera, cioè quella della permanenza in Argentina del criminale nazista Josef Mengele, divenuto famoso come ‘dottor Morte’, medico noto per i suoi esperimenti connessi alla genetica effettuati nei lager. Questa figura di uomo crudele quanto affascinato dalla scienza, pronto a sacrificare qualunque cosa per i suoi studi, anche a rischio della libertà che, a causa dei suoi trascorsi, è in pericolo praticamente ogni minuto, a partire dal dopoguerra è condannato a girovagare senza sosta, tampinato dal Mossad che, giustamente, vuole la sua testa. Come altri suoi illustri colleghi, pare abbia fatto tappa per un periodo nell’amena località argentina di San Carlos de Bariloche, detta semplicemente Bariloche, in cui, per motivi storici, aveva sede una significativa comunità di origine tedesca, incline a fornire protezione ed ausilio ai vecchi gerarchi in fuga dalla giustizia israeliana e non. Qui, per esempio, trovò asilo per lunghi anni Erich Priebke e, brevemente, anche Adolf Eichmann, finchè il Mossad non riuscì infine a catturarlo. Del ‘dottor Morte’ sappiamo dalle testimonianze dell’epoca che era famoso per i suoi test condotti su esseri umani imprigionati nei ‘campi’, in particolare Auschwitz. Il suo interesse ai appuntava soprattutto sui gemelli monozigoti che, per questa ragione, godevano di un trattamento privilegiato nonostante divenissero oggetto di analisi ed esami tutt’altro che piacevoli. Mengele riportava poi su libretti e taccuini le sue osservazioni, corredandole di accurati disegni ed illustrazioni: nel 2011, un ignoto collezionista acquistò negli Stati Uniti gli appunti originali per una cifra da capogiro! Nella finzione, il disegnatore argentino Andy Riva ha riprodotto tali taccuini con tanta efficacia che risultano impressionanti anche per il pubblico.

Nella vicenda di The German Doctor – Wakolda, il solitario e schivo dottore tedesco si dirige a Bariloche per trovare copertura all’interno della suddetta comunità in cui intende integrarsi per dedicarsi alle sue ricerche. Si imbatte tuttavia in una ignara famiglia del posto – genitori più tre figli –  che lì gestisce un grazioso albergo. Per le loro caratteristiche, queste persone sono per lui modelli ideali su cui compiere studi sulla razza. In particolare, il ‘Dottor Rolf’ sembra essere interessato alla ragazzina Lilith che, apparentemente, presenta problemi di crescita: su tale aspetto, egli fa leva, allo scopo di insinuarsi nell’ambiente. La madre, inoltre, è in stato di gravidanza e il nostro scienziato ci mette poco a scoprire che attende due gemelli. Anche lei, dunque, ai suoi occhi è un soggetto degno di attenzione; a questo punto, al taciturno tedesco non rimane altro da fare se non cercare di consolidare la sua posizione nella casa conquistando la fiducia dei suoi abitanti per servirsi di loro ai suoi fini. Il merito della regista sta proprio nella sua capacità di mostrare in modo plausibile come l’operazione gli riesca perfettamente.

Nella letteratura, nel cinema e in tutte le altre arti, il male ha avuto una serie infinita di rappresentazioni: ve ne sono di orride e diaboliche o anche di ingannevoli ed accattivanti. Il male, qui, si riveste di eleganza e di cultura: le sue conoscenze e la sua competenza gli conferiscono quella credibilità che gli consente di carpire la confidenza degli ignari membri della famiglia e di insinuare in loro ansie, dubbi e timori che sembra soltanto lui possa risolvere. I suoi atteggiamenti falsamente premurosi e garbati – che ben mascherano la mostruosità delle sue teorie – fanno breccia sia nella fragilità della donna, già provata dallo stress della gravidanza e dalla cura dei suoi cari sia, sorprendentemente, nei malesseri della figlia dodicenne, la cui sofferenza per la mancata crescita era stata inizialmente sottovalutata da i congiunti. Quest’ultima, soprattutto, sembra essere attratta dal colto e raffinato sconosciuto in modo inquietante: egli non impersona una figura paterna alternativa ma esercita su di lei un’influenza più sottile e velenosa che la turba e la seduce allo stesso tempo. Il mistero che circonda l’uomo è, naturalmente, destinato ad essere lentamente svelato e la scoperta comporterà, come è logico, delusioni, paure ma forse anche una presa di coscienza della propria identità. Sospeso resta il giudizio della Puenzo sulla verità storica dell’episodio raccontato: se è presente una critica al fatto che, a distanza di così poco tempo dai drammi della Seconda Guerra Mondiale, un paese civile abbia offerto protezione ed ospitalità a criminali che avrebbero invece dovuto essere processati, essa è alquanto sfumata e, onestamente, si perde un po’ nelle tensioni psicologiche che costituiscono il nucleo del film. Ma proprio per la sua capacità di coinvolgere e far riflettere, l’opera merita, a mio avviso, di essere vista.

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