Echo & The Bunnymen: Meteorites

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I mitici Echo & The Bunnymen tornano con l’undicesimo album in studio, dopo cinque anni dal precedente The Fountain, ed è inevitabile parlarne. Per chi fosse troppo giovane per potersi definire un loro fan, la band di Ian McCulloch & Co. – la line-up ha inevitabilmente subito, nel corso degli anni, alcuni rimaneggiamenti – ha significato davvero molto nell’ambito del post-punk degli anni ’80. Nati nel 1978 e divenuti presto di culto grazie ad una serie di hit che tutti all’epoca conoscevamo e agli album Heaven Up Here e Porcupine praticamente seminali per quel genere, hanno avuto una stagione abbastanza breve e la loro carriera, fra l’altro, è stata funestata da una serie di traversie che l’hanno davvero minata, in primis la tragica morte del batterista Pete de Freitas. Il carattere schivo e talvolta scorbutico del frontman non ha reso le cose più facili ed oggi, dopo la riunione del 1997 voluta proprio da McCulloch, di fatto sono lui e Will Sergeant – i maligni dicono soltanto lui, dal momento che spesso Sergeant si limiterebbe semplicemente a suonare –  a portare avanti il progetto. Tuttavia, su quello che Echo & The Bunnymen sono andati sfornando in questi ultimi anni, molti hanno espresso perplessità ed in effetti anche Meteorites sta subendo la stessa sorte. Apre  la title track che è anche uno degli episodi più belli: fra tastiera e chitarra, la malinconia dolce degli Echo & The Bunnymen si ritrova tutta e la voce di Ian pare quasi aver fermato il tempo. “Holy Moses”, senza cambiare stile, sembra però dare un po’ a sorpresa un’indicazione verso il pop più banale, tanto che si accoglie di buon grado la successiva “Constantinople”, intrisa di quella peculiare psichedelia ’80 che ha fatto tipicamente parte dei paesaggi dei Bunnymen. Ma non si può comunque dire che il resto dell’album sia così, anzi. Sia “Is This A Breakdown?” che “Grapes Upon The Vine” sembrano legate, più che al post-punk, a quella tradizione del rock britannico che si potrebbe far risalire ai Beatles: è vero che siamo a Liverpool, ma insomma… Bisogna attendere “Market Town” per risentire le sonorità della band che ci sono più care: il brano è decisamente nello stile giusto, Sergeant brilla come deve ed anche la voce di Ian seduce. In chiusura “New Horizons” conclude senza infamia e senza lode un disco che ci lascia pieni di rimpianti per ciò che sembra ormai irrimediabilmente perso.

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