The Royal Family and the Poor: The Temple of the 13th Tribe

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Appena uscita per la Mannequin la ristampa di The Temple of the 13th Tribe, il primo album della mitica band di Liverpool The Royal Family and the Poor, una delle creature più complesse ed oscure dell’entourage della Factory Records. La sua fondazione, che risale fino al 1978, si deve alla personalità tortuosa e tormentata di Mike Keane ed al suo connubio con Arthur McDonald, figura legata ai movimenti artistici d’avanguardia dell’epoca, in particolare il situazionismo. I primi lavori della band furono infatti i tentativi di Keane con il synth mentre McDonald recitava criptici testi. La Factory tuttavia se ne interessò e diede loro la possibilità di inserire qualcuno dei loro pezzi in sue raccolte. Questo The Temple of the 13th Tribe del 1984 uscì dopo varie vicissitudini del progetto e del suo fondatore che dovette, fra le altre cose, superare la dipendenza dalle droghe pesanti ed altri problemi. Della produzione si occupò un personaggino come Peter Hook ed il risultato fu un disco unico, pieno di rabbia ma anche di mistero – i temi erano comunque molto vicini all’occulto o addirittura alla magia! – che però  non suscitò l’attenzione che avrebbe meritato o meglio, destò più che altro inquietudine proprio per gli argomenti trattati. Keane si creò una reputazione ambigua che condizionò la sua carriera non poco. La prima traccia, “I Love You (Restrained In A Moment)” è una ballata triste e decadente dove il canto pacato e dolente  è accompagnato da un curioso coretto  un po’ sinistro. Subito dopo in “Voices” pare si possa ascoltare addirittura la voce di Alastair Crowley (!) e, in verità, il brano sarebbe perfetto come soundtrack di una sabba, mentre “Moonfish Is Here” è cupissima e ricca di sonorità e ‘rumorismi’ sperimentali, sorretta da inquietanti ritmi tribali. Non risultano più rilassanti “Dark and Light”, dall’andamento nervoso ed il tetro canto su cui aleggiano i numi tutelari Joy Division, e “Radio Egypt” i cui suoni angoscianti delineano paesaggi vagamente diabolici. Delle restanti valga segnalare “The Dawn Song” più lineare ma anche più emotiva e densa di malinconia cui fanno seguito gli arditi sperimentalismi di “Ritual 1”. In sostanza, si tratta  di un’occasione davvero ghiotta, che la Mannequin offre in edizione limitata.

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