Anathema: Distant Satellites

218
0
Condividi:

Ho già ascoltato Distant Satellites decine di volte, come è stato per tutti gli ultimi lavori degli Anathema. Il primo approccio è sempre ingannevole e la loro musica deve un po’ ‘sedimentare’. Gli Anathema, come non molte altre band, hanno lasciato tutte le etichette alle spalle e stazionano in un’area irraggiungibile per i più. Distant Satellites è il loro decimo album in studio ed hanno scelto di registrarlo presso i Cederberg Studios di Oslo, con il produttore Christer – André Cederberg ma si sono avvalsi, in qualche traccia, anche della collaborazione ormai sperimentata di Steven Wilson. L’impostazione rimanda direttamente a Weather Systems, di cui ritroviamo le atmosfere intense e coinvolgenti ma qua e là – soprattutto nella seconda parte del disco – appaiono segnali di novità, con l’introduzione di stilemi e modelli tipicamente elettronici: questa deviazione non intacca la forza della struttura sonora e non raffredda il pathos che da sempre caratterizza la produzione dei nostri ma anzi aggiunge ricchezza e suggestione. I paesaggi sono forse divenuti un po’ più cupi, ma la magia resiste. Si inizia con lo schema già adottato per Weather Systems, cioè un brano diviso in due parti – qui più in là  ce ne sarà una terza –  e dal titolo promettente: “The Lost Song”. La prima comincia in sordina per progredire rapidamente in intensità: la parte vocale è tutta di Vincent Cavanagh, mentre Lee interagisce occasionalmente e il romanticismo è unico; inoltre, come sta succedendo nella produzione ultima degli Anathema, la tastiera ha un ruolo sempre più importante a scapito della chitarra. Si passa alla parte II senza pause ma il ritmo rallenta, i suoni si fanno struggenti ed è Lee – le cui capacità vocali sono decisamente migliorate con il tempo –  che qui si fa davvero onore. Segue “Dusk (Dark is Descending)” dove i paesaggi – sfumati dai sobri arpeggi di chitarra – divengono più ‘atmosferici’ ed universali ed il ritmo incalza fino al celestiale intermezzo al piano, dopo circa tre minuti; da citare anche gli interventi di Lee, di pura grandezza. “Ariel” comincia con il piano e tutta l’attenzione è di nuovo su di lei in un’armonia che, in fondo, quando la voce di Vincent la raggiunge, è spazio infinito. A questo punto ritroviamo “The Lost Song Part 3”, ‘coronamento’ intenso e nostalgico del discorso iniziato prima e, subito dopo, la traccia il cui titolo è il nome della band,  dove il canto di Vincent è letteralmente strepitoso, almeno quanto l’assolo finale di chitarra che giustifica tutti i brividi che provoca. Da qui in poi, come si diceva, c’è aria di novità: “You’re Not Alone” propone un’impostazione più elettronica ed una curiosa voce ‘deformata’ sulla quale dilagano pesanti – forse anche troppo! –  riff di chitarra. La nuova tendenza, in “Firelight” quasi impressiona, perché le sonorità aeree con passaggi ‘simil’- ambient non sono affatto abituali per la band, mentre la splendida title track, molto elettronica e catterizzata da un insolito falsetto alla Radiohead lascia praticamente a bocca aperta ma, posso assicurare, al terzo ascolto si resta conquistati. Chiude “Take Shelter”, lenta e melodica finchè  non irrompe un impeto quasi rock: una conclusione degna per un lavoro che, ancora una volta, non delude e ci promette future delizie dal vivo.

Condividi:

Lascia un commento

*