Death of a Dryad: Death of a Dryad

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E’ uscito da qualche mese Death of a Dryad, il primo album dell’omonimo duo francese. Nogh e Carol definiscono la loro musica ‘neofolk’ ma, in realtà, si tratta di una proposta molto particolare: le caratteristiche di un folk, per lo più di impronta medievaleggiante con l’uso, tra l’altro, di strumenti come liuto, flauto e via dicendo, sono abbinate a chitarra elettrica – e bella tosta! – e batteria. Entrambi infatti  provengono da gruppi metal e non hanno dunque problemi a servirsi di tutti gli ‘attrezzi’ del genere, incluso un canto vicino al growl. Se l’idea può apparire coraggiosa, è invece sorprendente la semplicità con cui questi elementi vengono uniti ed amalgamati per ottenere una ‘miscela’ dalle conseguenze oscure ed imprevedibili, comunque spesso efficace. L’intro brevissima sinistra, quasi orrorifica – come del resto l’outro che le si allinea –  sembra la colonna sonora di un incubo invernale. “Oblivion Thorns” già coniuga l’uso di antichi suoni con canto duro, talvolta sferzante, per puntare direttamente a forme gothic estremamente cupe mentre la successiva “Ys” attesta l’ecletticità del duo che qui, sempre contaminando i generi, esplora in quasi nove minuti tutte le pieghe e le sfumature più tenebrose ma il ‘bagaglio’ metal emerge ben chiaro: come si diceva, il risultato non è affatto male anche se il primo ascolto lascia un po’ interdetti. “Ashes On A Burial Ground” passa dalle iniziali note ‘d’epoca’ a slanci metallici senza tralasciare biechi rintocchi di campana: in pratica tutto ciò che occorre per una cerimonia diabolica e, per quanto “When All Is Gone” finisca quasi con l’esagerare in solennità, fra ritmo cadenzato e, ovviamente, campane, poi “Minnesang” recupera brillantemente la dimensione folk con l’aggiunta di un bellissimo flauto a cura di Carol e “Lacrimosa” è pervasa di un’atmosfera davvero drammatica. Non manca qualche tipico passaggio medioevale, come in “Shadows Of The Forest” e infine la title track sintetizza in pratica lo stile dei nostri prima del lugubre congedo. In sostanza, in Death of a Dryad c’è un po’ di tutto, messo insieme con più o meno armonia a seconda dei casi: proprio questo è l’aspetto di maggior interesse.

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