Factice Factory: The White Days

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Alcuni mesi fa mi ero imbattuta, e subito innamorata, del video di “Collide”, per cui ho deciso immediatamente di mettermi sulle tracce di questa band basata in Svizzera. Esordienti sotto questo nome, i suoi membri sono in realtà tutti musicisti con alle spalle importanti precedenti.
Quando li ho contattati stavano finendo la registrazione di The White Days, in uscita il 1 settembre.

L’attesa è stata premiata e mi sono trovata per le mani un capolavoro… a mio avviso una delle migliori uscite dell’anno. Sonorità decisamente anni ’80, oscure, claustrofobiche, ma soprattutto originali ed eseguite magistralmente. Un’altra particolarità dei Factice Factory è l’uso, per i testi, di tre lingue diverse, inglese, francese e tedesco, ognuna legata a sonorità diverse: più new wave, con batteria elettronica e cupe sferzate di basso quelle in inglese, oscuramente psichedeliche ed evocative quelle in francese e più elettroniche e determinate quelle in tedesco.

Il disco si apre con “Collide”: nervosa ballata, che non sfigurerebbe in un oscuro dance floor a fianco dei Sisters of Mercy, pur avendo dei connotati più darkwave che gotici, con il basso in primo piano e la voce che a tratti recita ed in altri canta uno dei bellissimi testi/poesie di Chroma Carbon: un pezzo che rapisce e ci trascina in un emozionante universo sonoro dove i mondi si scontrano. “Glow” è più lenta ed evocativa…. un viaggio sonoro che porterà i nostri cuori a perdersi tra i le emozioni e la nostalgia. “Wie Raben” è più elettronica, con i testi quasi scanditi con voce maschile e femminile, e potrebbe essere avvicinata ai lavori dei DAF, con in più un basso poderoso in evidenza. Segue la cover (in francese!) di “Cold” dei Cure, in una versione claustrofobica, dove alla sezione ritmica si accompagnano chitarre e tastiere che echeggiano come antichi lamenti. “Hour glass” è, a mio avviso, la perla di questo disco: lenta, evocativa, con la voce che scandisce un racconto spettrale, come quelli narrati dal Simon Huw Jones dei tempi d’oro. La musica accompagna la narrazione, le dona emozione, commozione, tragicità…. e ci lascia senza fiato dopo averci fatto vivere un momento fuori dal tempo, un viaggio nel cuore di un anima che vuole fermare il tempo, i ricordi, l’amore… la musica rende queste emozioni percepibili a chi ascolta non soffocando le emozioni. “Somnolence” è più nervosa, un mix tra noise e ossessività, che ben si accompagna al testo, che parla di lacerazioni interiori, della ricerca di qualcosa che non si può trovare, almeno in questo mondo. “Kangumi”, con il suo testo recitato accompagnato da una musica piuttosto minimale, che mantiene comunque le sonorità caratteristiche di questo gruppo, può essere accostata ai lavori di Anne Clark. “Wortschatz”, è decisamente più veloce e ritmata….associandola ad una metafora si potrebbe paragonare ad una corsa frenetica per uscire da un corridoio opprimente. “Lazard”, il pezzo che chiude questo lavoro è una toccante dichiarazione di amore che non si arrende davanti alla morte, al tempo, alle barriere del mondo terreno….. ed è talmente struggente che io sono praticamente sicura che verrà ascoltata al di là delle nuvole……

Che dire: un lavoro fondamentale….. di un grande gruppo, che se ascolterete entrerà nel vostro cuore…… e probabilmente ai primi posti delle vostre playlist.

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