World Of Metal And Rust: Detour to nowhere

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Poteva un appassionato di vecchia data, quale io sono, di sonorità e immaginario industrial non rimanere affascinato dal nome di questo progetto? Innanzitutto rimaniamo un istante sul  nome: la prima cosa a cui ho pensato è stata la frase conclusiva del film di culto Tetsuo, di Shinya Tsukamoto che, se non ricordo male, nei sottotitoli era “Together, we can turn this fucking world to rust!”. Con questa premessa, non posso nascondere che il timore di una forte delusione ha iniziato rapidamente a farsi strada, soprattutto perché, negli Stati Uniti, luogo di provenienza di questo progetto, il termine industrial può assumere significati completamente differenti da quelli che ha nella mia mente. E invece, devo dire, che non è andata affatto come questi timori mi avevano spinto a pensare: mi sono trovato al cospetto di un lavoro di stampo fondamentalmente dark ambient ma con una forte ispirazione legata alla musica industriale dei tempi che furono: la musica di Detour to nowhere è infatti caratterizzata frequentemente dalla ripetitività talvolta ossessiva di suoni metallici e, appunto, rugginosi, come se ci si trovasse all’interno di una fabbrica ormai da tempo abbandonata ma che continua stancamente a funzionare quasi per inerzia; forse la differenza principale rispetto alla musica industriale primeva è proprio la mancanza della necessità di stupire e stravolgere: ormai certe sonorità sono più abituali e accettate, perciò il nostro può permettersi di non aggredire necessariamente l’ascoltatore ma di portarlo con sé quasi delicatamente. Anche la grafica delle copertine (di questo e degli altri lavori del progetto) è di chiara matrice industrial: complessi industriali abbandonati e dismessi, isolati tralicci dell’alta tensione e luoghi dimenticati dall’uomo, sempre in un angosciante e “sporco” bianco e nero. Si viene a ridurre (anche se non a perdere del tutto), quindi, la componente esoterica e rituale frequentemente presente nel dark ambient fin dai suoi esordi, per ripristinare quella più tipicamente industrial di antica memoria; fa capolino qua e là qualche isolata nota di pianoforte, qualche voce campionata ed effettata, per un risultato che, pur non potendo certo definire innovativo né unico nel suo genere, risulta comunque essere non privo di fascino e di onestà. Il progetto sembra inoltre essere estremamente fecondo: infatti dopo questo album, che è l’unico che conosco e che è stato pubblicato on line nel gennaio di quest’anno, ne sono stati pubblicati altri due (uno a maggio e uno ad agosto), mentre quattro sono quelli risalenti all’anno passato.

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