“Pasolini” di Abel Ferrara: parole come rintocchi

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Non film politico, non drammatico, o almeno non solo: il lavoro di Abel Ferrara lascia stupiti per varie ragioni e soprattutto per l’amore e l’ammirazione con cui due statunitensi – il regista e Willem Dafoe – si avvicinano ad un personaggio e ad un pezzo di storia tipicamente italiani rappresentandone senza retorica o eccessi le ultime ore che, a suo tempo, furono oggetto di tante vane indagini. Pasolini, infatti, mostra questo: non vi sono eventi eclatanti ed azione, la vicenda si sviluppa fra i pochi ambienti in cui si svolgeva il quotidiano del protagonista e i contesti legati alle opere che andava pensando in quel momento. Egli ci appare allora come un uomo assorto, un po’ triste, forse, ma sorridente con i familiari e gli amici più cari; anche le situazioni notturne potenzialmente pericolose in cui lo vediamo interagire con la scabrosa ‘scena’ romana sembrano più malinconiche che scandalose. Ferrara segue passo passo lo scrittore ed intellettuale italiano nei suoi gesti di ogni giorno, nei pranzi con la mamma ed i cugini, nelle cene con Ninetto in trattoria oppure mentre, pensoso, batte a macchina con la ‘lettera 22’ le pagine dell’ultimo romanzo Petrolio, uscito incompleto solo nel 1992. Nelle interviste, le sue parole sono dure, quasi taglienti, ma sa essere dolce con un bimbo in braccio e spensierato mentre calcia un pallone con dei ragazzini in un campo di periferia: grande Willem Dafoe, con il suo volto scavato, nel riprodurre con impressionante esattezza modi di fare e di gestire. La morte giunge poi in qualche modo attesa, dolorosissima e non sembra il punto di arrivo di una ‘vita violenta’ ma un’inevitabile sottrazione, un distacco lacerante, la rabbiosa e inutile distruzione di una mente bella e poco importa quante mani e di chi si siano macchiate del delitto: lungi l’idea qui di proporre una versione dei fatti in contrasto con quella ufficiale, non siamo sul set di un thriller. Simultaneamente, il regista inserisce brevi passaggi basati su quanto lo scrittore andava realizzando in quel periodo: il libro mai concluso ed anche un film mai girato, noto con il titolo di Porno-Teo-Kolossal e che doveva parlare della ricerca del Messia.

Comunque Pasolini è fondamentalmente un film di parole: non ce n’è una, di quelle da lui pronunciate –  a cominciare dal dialogo in apertura con un giornalista francese, all’ultimo con Furio Colombo per la Stampa, in cui disegna la più cupa e pessimistica immagine dell’umanità – che non pesi e non risuoni come minaccioso rintocco; impossibile distrarsi! Intorno a lui l’Italia ‘malata’ degli anni ‘70 che Ferrara mostra di conoscere così intimamente che bastano poche inquadrature per farci ritrovare aspetti familiari; come in tante delle sue opere precedenti il regista sa estrarre il lato oscuro da un mondo ineccepibile nell’apparenza, di cui del resto lo stesso Pasolini intendeva evidenziare lo squallore morale. Così ci scorrono davanti le strade di Roma, notti di Roma popolate da ‘ragazzi di vita’, osterie e cupi androni di palazzi, il tutto con colori che niente hanno della tipica luminosità mediterranea; eppure, se le atmosfere possono avvicinarsi a quelle della New York violenta de Il cattivo tenente, gli scenari non potrebbero essere più italiani di così. Perfetta del resto la scelta dell’intero cast – in genere italiano tranne Dafoe – in cui interpreti ‘classici’ e di comprovate capacità si dividono il set con attori più ‘recenti’: Adriana Asti è splendida nel ruolo della madre Susanna, i suoi sguardi ora amorosi ora affranti, parlano più di qualsiasi discorso; Mastandrea ben sa rendere il mite attaccamento del cugino Nico Naldini e Maria de Medeiros, altra eccezione, calata nei panni ‘bizzarri’ ed estrosi di Laura Betti, ne ricorda brillantemente la natura trasgressiva e grintosa…persino Scamarcio sa proporre un Ninetto Davoli credibile! Quest’ultimo, abilmente ‘recuperato’ in carne ed ossa da Ferrara, che si è giovato del suo contributo anche per la ricostruzione e la rievocazione dei fatti, si è bonariamente prestato ad interpretare il personaggio di Epifanio, che fa parte del mondo ‘parallelo’ delle opere cui Pasolini si stava dedicando.

Pasolini, dunque, è un lavoro riuscito, che ha centrato in pieno il suo obiettivo: non è da considerare una biografia né una pellicola celebrativa ma un atto di amore e di rimpianto verso un artista ed intellettuale di cui abbiamo dovuto privarci con fatica,  che ci ha aiutato e ci aiuta ancora oggi.

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