Guerre Froide

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Sono tanti anni che scrivo, ma sono emozionata, e forse anche un po’ in soggezione, di fronte a un gruppo che, seppur relativamente di nicchia, rappresenta uno dei pilastri storici della cold wave. L’onda francese venne segnata da atmosfere particolarmente malinconiche ed esistenzialiste: influenzata dalla nouvelle vague e dal mal de vivre di scrittori come Sartre e Camus e con ancora più antiche radici indietro nel tempo, fino ai poeti maledetti, che, a bordo di “bateaux ivres”, cercavano, percorrendo fiumi d’assenzio o tra le nubi dell’oppio, la fuga da un quotidiano grigio e opprimente.

Minimale, ma in grado di colpire nel profondo, è anche la musica dei Guerre Froide: permeata di atmosfere fredde, cupe, intrinse di disincanto ed esistenzialismo, che accompagnano testi intensi, degni della miglior tradizione wave, che raccontano senza pietà il disincanto, la solitudine, l’alienazione, di persone riflessive e sensibili in un grigio mondo dove tutto è preordinato, le speranze spesso sono solo illusioni e i sogni incarnati da oggetti insinuati nelle menti delle persone dagli esperti di marketing.

Spero di riuscire a raccontare tutto, dagli esordi con la cassetta Cicatrice nel 1981, al primo vinile, che ha, purtroppo, coinciso con lo scioglimento del gruppo, al quale sono seguiti venticinque anni di silenzio (almeno sotto quel nome e come nuove produzioni), inframmezzati dalla pubblicazione di Archives nel 1985 e dalla ristampa, nel 2004, da parte dell’etichetta tedesca Genetic Music di Guerre Froide, il 12″ omonimo che contiene la canzone “Demain Berlin” che li ha consacrati alla storia.

Negli anni, come è successo anche per altri gruppi delle origini, il loro nome, circondato da un’aura di mito, è stato sempre più conosciuto, grazie anche ai nuovi canali informatici, che permettono agli appassionati di tutto il mondo di conoscere i gruppi del passato, o di quelli che, una volta, difficilmente superavano i confini della loro madre patria.

Nel 2006 Yves Royer e Fabrice Fruchart decidono di riportare in vita la band, insieme ad un nuovo bassista e pubblicano Angoisse et Divertissement, che contiene sia dei remix di pezzi delle origini, sia le prime nuove composizioni. A questo album seguiranno, oltre al singolo Nom, Abrutir le masse nel 2010 e Avant-Dernière Pensée nel maggio di quest’anno.

Il 5 e 6 dicembre saranno, per la seconda volta, ma la prima come headliners, in concerto in Italia: un’occasione imperdibile per tutti i nostalgici e anche per qualche giovane che vuole vedere com’era il movimento all’inizio e avrà l’occasione di immergersi nelle atmosfere degli anni ’80: vista la fedeltà dei Guerre Froide al loro passato ed alle loro idee, sarà davvero come avere una macchina del tempo.

Anche alcune delle risposte di Yves Royer potrebbero venir riportate in un’annuale della new wave (o cold wave, come viene chiamata in Francia): non un elenco di locali e di persone, ma i riferimenti, il modo di vedere la vita, le filosofie che erano all’origine di questa musica e che, almeno all’origine la pervadevano: perché era musica di persone che avevano qualcosa da dire, dei sentimenti e delle opinioni da esprimere, all’interno di un movimento dove c’era la condivisione di un sentire comune.

Dopo averla letta la ritengo la più bella, rappresentativa e profonda intervista che ho mai fatto, qui o altrove. Naturalmente anche grazie all’impegno e alla sincerità di Yves.

Per il rendez vous… “Demain Berlin”, ma soprattutto il 5 dicembre a Bologna ed il 6 a Milano, per un appuntamento da non perdere con il gruppo che più di ogni altro è rimasto fedele alle sue origini ed ai suoi ideali, senza nessun compromesso.


I Guerre Froide nel 1982

Visto che siete una pietra miliare della cold wave, potresti descriverci i primi anni dei Guerre Froide?

Nel 1980 ero il cantante di una band post punk che si era formato nel 1978 ad Amiens. Sono entrato in questo gruppo nel settembre 1979 quando si chiamava Banlieue Nord. Qualche mese dopo abbiamo cambiato il nome in Stress. È stato Patrick Mallet, il fratello del chitarrista, che ha trovato questo nome. All’inizio del 1978 avevo già avuto l’occasione di formare con Patrick un gruppo punk che si chiamava Genocide (il riferimento è l’album Diamond Dogs di David Bowie in cui una delle prime frasi è: “This ain’t rock’n roll, this is genocide!”).

Tutti e due punk, all’inizio, Patrick e io ascoltavamo tutti i generi alternativi oltre al punk e alla new wave, soprattutto i primi gruppi post punk e industriali inglesi e americani.

Parlandone con Gilbert Deffais, un vecchio amico, membro dei Genocide, abbiamo avuto l’idea di formare un gruppo con uno stile tra i Cabaret Voltaire e i Wire di cui eravamo fans. E’ stato Gilbert a trovare il nome Guerre Froide e che ha comprato una batteria elettronica Korg. Siamo stati raggiunti da un amico comune, Fabrice Fruchart, a cui interessava il progetto. Lui aveva una chitarra ed un synth Korg MS 20.

Abbiamo iniziato a comporre dei pezzi nel giugno 1980. Provavamo nella stessa cantina degli Stress e abbiamo registrato un demo con quattro pezzi circa un mese dopo la nascita del gruppo. In seguito abbiamo pubblicato in 50 esemplari una cassetta autoprodotta con dei demo e degli estratti del nostro secondo concerto (Cicatrice) per l’etichetta che avevo fondato: Cryogénisation Report. Tutto era fatto in casa (découpages, assemblaggio, foto, gadgets, …). DIY! L’abbiamo venduta molto velocemente. Per circa un anno ho fatto dei concerti in cui, la stessa sera, cantavo negli Stress e dopo con i Guerre Froide. In questi tempi Jean-Michel Bailleux, un fan dei Guerre Froide, è venuto a suonare il basso al posto di Patrick che non voleva più farlo e preferiva la chitarra. Nella primavera 1981 ho lasciato gli Stress. Nel giugno 1981 Fabrice si è trasferito nel nord della Francia a Lille e ha smesso di suonare. La ragazza di Gilbert, Marie-José, ha avuto voglia di integrarsi nel gruppo ed ha acquistato un synth Roland, mentre Gilbert ha comprato una batteria elettronica, sempre Roland.

Abbiamo quindi composto dei pezzi con cinque musicisti. Il gruppo iniziava ad essere conosciuto ovunque nel Nord della Francia, ma anche un po’ a Parigi. Un amico del gruppo, Sylvain Soufflet, ci ha allora proposto di produrre integralmente un 12” con quattro pezzi, stampato in 1000 esemplari, pagando lo studio, la registrazione, la stampa e la copertina. La registrazione è stata fatta nell’autunno 1981 alla periferia di Parigi. Il vinile è uscito a novembre e si è esaurito velocemente, nel nord e nell’est della Francia. Il nostro pubblico si ingrandiva, ma noi eravamo quasi sempre obbligati ad organizzarci da soli i concerti perché in quell’epoca poca gente rischiava. È così che abbiamo riempito una chiesa sconsacrata nel maggio del 1982. Avevamo invitato un altro gruppo post-punk/cold wave di Lille che in seguito ci invitato da loro. Ci fu un grande festival nella città di Amiens il 13/06/1982, poi è arrivata l’estate e i problemi con…….. Non parlerò di questo perché è troppo personale (!) e, dopo di ciò, i Guerre Froide si sono sciolti senza una vera spiegazione.

Dopo il vostro progetto ti sei dedicato ad altri progetti, sia musicali sia scritti (Interprétation Subjektive, per esempio) ce ne puoi parlare?

No, Interprétation Subjektive era già una fanzine creata per i fans di Guerre Froide e scritta dai membri del gruppo. Era distribuita gratuitamente al pubblico dei nostri concerti. Gli esemplari di ogni edizione erano numerati e ci sono stati quattro o cinque numeri in due anni. In seguito l’ho continuata da solo, invitando a scrivere degli amici musicisti nei due numeri seguenti. All’epoca avevo fondato con Alain Delseux  il duo industriale sperimentale Gegenacht che è durato dall’aprile 1983 fino al settembre 1984.

Nel frattempo sono andato a vivere a Parigi e nel 1985 ho passato del tempo ad autoprodurre un’altra cassetta di Guerre Froide che conteneva dei demo e degli altri pezzi in concerto, sempre realizzata in modalità DIY.

Poi nel 1986 ho ritrovato di passaggio ad Amiens il primo chitarrista di Guerre Froide che voleva di nuovo suonare. Un amico bassista, Philippe Buteux, si è unito a noi per fondare Pour l’Exemple. Dopo aver pubblicato una cassetta di demo, abbiamo registrato un 12” con quattro pezzi nel novembre 1988. Fabrice Fruchart ha improvvisamente lasciato il trio un mese dopo l’uscita del disco … Nessuno ha preso il suo posto e noi abbiamo continuato come duo, con uno stile minimal/electro-clash. Una cassetta è stata prodotta durante il 1992 (E pericoloso … ) e il duo si è sciolto alla fine del 1992. E’ in quel momento che ho smesso di scrivere canzoni per un certo periodo…

Mi piacerebbe anche sapere come è nata e come si è sviluppata l’idea di rifondare il gruppo.

È successo che i casi dell’esistenza mi hanno portato ad andare a vivere a Lille, cioè dove abitava Fabrice Fruchart. Così ci incontravamo frequentemente nel locali dei concerti ai quali assistevamo e degli amici comuni ci chiedevano a volte quando avremmo rifatto qualche cosa. Un giorno Fabrice ha espresso l’idea di rifare “qualcosa” insieme. Mi sono detto perché no, anche se lui aveva già lasciato un gruppo due volte. Abbiamo iniziato a provare da me verso il 2000. Poi Fabrice ha avuto un incidente domestico che l’ha tenuto immobilizzato durante un periodo abbastanza prolungato (problemi alla schiena). Tutto si è allora fermato di nuovo!

Qualche anno più tardi, quando avevo appena saputo che il 12” dei Guerre Froide era stato ristampato da un’etichetta tedesca senza che Patrick, Fabrice ed io ne fossimo al corrente (perché è stato Gilbert Deffais che ha negoziato da solo con la Genetic Records!), delle persone ci hanno chiesto un’altra volta perché i Guerre Froide non si riunivano, visto che era evidente l’attenzione di un pubblico che non ci conosceva se non per la nostra reputazione.

Il vero innesco è stato l’incontro di Fabrice con Emmanuel Delmarre, un grande fan, durante un concerto degli Young Gods nel 2006. Emmanuel ha convinto Fabrice che “Demain Berlin” era diventato un vero inno post-punk. Fabrice mi ha telefonato qualche giorno dopo e abbiamo iniziato a provare da lui nel mese di aprile con dei testi di canzoni che io avevo scritto durante un soggiorno in montagna nel marzo 2004.

Possiamo dire grazie a Emmanuel che è davvero un amico stretto, tanto più che è diventato il manager del gruppo!

Che amore per quello che si è fatto, quale forza, quali idee sono necessarie per seguire nel silenzio il destino di un gruppo durante venticinque anni?

Nel momento in cui si ama la musica, qualunque sia, può diventare in fretta un bisogno vitale esprimersi attraverso di essa. Nel mio caso ciò è successo molto velocemente. Ma per ritornare dopo venticinque anni con lo stesso tipo di musica, credendoci come prima, serve sicuramente una buona dose di ingenuità, unita ad una sincerità assoluta. In questo periodo sono stato tredici anni senza suonare altrove che a casa mia con una vecchia batteria elettronica Roland e una vecchia tastiera Casio, unicamente per recitare dei testi su delle melodie improvvisate. È così che ho creato la base del canto di “Saint-Ex”.

Non so perché ci sia stato questo riconoscimento tardivo della musica dei Guerre Froide. È il destino di un buon numero di artisti, musicisti, scultori o scrittori di non essere accettati al momento in cui sarebbe necessario perché la creazione possa radicarsi nel tempo e durare… Il nostro cammino attuale è forse guidato dal sentimento di avere un po’ la nostra rivincita su un destino troppo fazioso, sempre senza prenderci troppo sul serio. In effetti, che importanza ha tutto questo, dopo venticinque anni… La gloria non è stata e non sarà mai in orario all’appuntamento !

Quali sono, per te, le differenze principali tra i primi anni e gli anni successivi al vostro ritorno sulla scena?

La differenza è essenzialmente tecnica, in tutti i campi: gli strumenti e le tecnologie, la diffusione e la comunicazione. L’inizio degli anni ’80 era ancora analogico, mentre ora navighiamo completamente nel digitale. Non avevamo internet e le reti sociali attuali.

Quindi il suono dell’epoca era forzatamente tutt’altro. Ed è proprio quel suono di allora che cercano attualmente certi gruppi!

Quanto ai mezzi per farsi conoscere, non c’era altro che i giornali e le riviste di carta che potevano parlare eventualmente di noi. Se no si dovevano avere dei rapporti con delle persone alla radio o alla televisione. Ma questo… questo non è cambiato!

Le vostre copertine ed immagini sono molto anni ’80, con quella atmosfera decadente di fabbriche abbandonate, freddi paesaggi urbani; utilizzate anche dei video durante i concerti. Dicci qualcosa sul lato visivo del vostro progetto.

Noi siamo stati, penso, tra i primi in Francia a proiettare delle immagini duranti i nostri concerti. Si trattava di diapositive o di film in 16 mm. In seguito negli anni 80 c’è stato l’esplosione dell’immagine musicale sotto forma di clip video o di video fatti per i concerti. Ci si sono messi tutti, con più o meno talento. Dopo di ciò era quasi una colpa non avere delle immagini proiettate dietro ad un gruppo durante la sua performance.

Per quel che riguarda i Guerre Froide, io sono sempre stato interessato dal rapporto significante/significato, che implica che quello di cui si parla non appaia per forza come quello che si sarebbe voluto dire realmente. D’altronde io presentai i primi due o tre concerti dicendo: “Guerre Froide, des images – Interprétation subjective” (“Guerre Froide, delle immagini – interpretazione soggettiva”).  In sostanza, non è necessario che le immagini siano una semplice illustrazione delle parole delle canzoni. Serve che ci sia un altro livello di lettura, un cambiamento della visione. Oppure ci deve essere un forte valore artistico aggiunto!

Attualmente proiettiamo ancora dei video fatti artigianalmente a casa da Fabrice, sulla base di immagini personali o prese da internet che sono in seguito rielaborate nell’ottica di fargli avere lo spirito Guerre Froide. Forse l’atmosfera generale delle nostre immagini è rimasta più o meno la stessa dalle origini del gruppo. Non è proprio un approccio consapevole se questo è il caso… Eppure noi abbiamo l’impressione di rinnovarci, almeno musicalmente, anche se la base resta abbastanza la stessa.

Molte persone dicono “senza la musica io…..”: cos’ è la musica per te, e perché è così importante?

Per me: Music is your only friend, until the end … (Jim Morrison)

E quello che ho già risposto alla quarta domanda.

A quali artisti (musicali o letterari) vi ispirate?

Io non penso che le referenze musicali o letterarie sono le più importanti. Certo, dai nostri esordi Arthur Rimbaud era presente nel demo con “Départ”. L’abbiamo ritrovato in seguito nel primo album con “L’éternité”. E’ come un filo rosso che non appare in modo flagrante nella mia scrittura. È lo stesso per Charles Baudelaire che possiamo trovare nel terzo album con “Enivrez-vous”.  È solo una strizzatina d’occhio poetica, una citazione culturale. Diciamo che ammiro molti scrittori, ma non ho dei veri maestri. È lo stesso per la musica. I tre membri del gruppo hanno tutti dei gusti molto diversi e vari, che a volte si incrociano, ma che non ci portano a fare della musica “come un tal gruppo”. Personalmente resto un fan di Bowie e dei Velvet Underground, nonché degli Einstürzende Neubauten e dei Joy Division, che conosco dai loro esordi.

Al limite direi che per la scrittura sono forse più influenzato dal cinema o dai fumetti d’autore.

Quali sono i temi delle vostre canzoni?

Sono degli argomenti universali, che tutti affrontano, in qualsiasi gruppo: l’amore, il rapporto con il mondo, con la natura, con gli altri, con la politica, con la religione; questo mondo che va male, la solitudine post moderna…

C’è un messaggio, delle idee che vi piacerebbe che fossero trasmesse dalla vostra musica?

Non mi piace la dizione “gruppo con un messaggio” che hanno certi musicisti che si dicono impegnati. Per me l’impegno implica il passaggio all’azione. Non ci si può definire impegnati ed accontentarsi di denunciare in parole tutti gli abomini che succedono sul nostro pianeta. Essere uno che dà lezioni non mi interessa: io voglio semplicemente sollevare degli interrogativi di ordine socio-politico scrivendo in modo poetico, a volte allegorico. Credo alle virtù della resistenza e della rivoluzione, ma non sono sicuro che basti ad evitare il peggio… Come diceva Francis Bacon, sono ottimista, ma su niente!

Il post punk, la cold wave sono dei movimenti eredi del punk, l’essenza del “No future”: cosa ne pensi?

Non sono io che dirò il contrario, poiché ho subito aderito al movimento punk dal 1976. In quell’epoca (l’ultimo quarto del XX secolo!) all’inizio era quasi una filosofia questo “No future”. In seguito, come per molte idee libertarie, la parte di utopia che racchiudeva è stata deviata in sfruttamento commerciale della ribellione. Questo non impedisce che certi non siano usciti indenni dalla perdita di certe illusioni, altri ne sono persino morti… Il ritorno alla realtà politico-sociale è stato rude ed è forse per quello che dalle ceneri del punk sono nati quelli che oggi chiamiamo post punk e cold wave, che sono entrambi (soprattutto il secondo) basati su una certa disperazione.

Per me la cold wave (anche se in Italia questa sottile differenza non è così riconosciuta) rappresenta la declinazione più esistenzialista della new wave. Sei d’accordo con questa affermazione?

La new wave ha portato la voglia di ricerca di nuove forme e di nuovi suoni. Ma l’atmosfera che emanava era generalmente piuttosto consensuale e fu presto oggetto di uno sfruttamento commerciale, perché lo sfondo ed i discorsi proposti non scuotevano troppo la moltitudine, contrariamente alla precedente ondata punk.

Al contrario, l’approfondimento degli argomenti universali nel prisma di influenze culturali diverse è subito diventato il marchio di fabbrica dei gruppi cold wave. I testi di questi gruppi sono volutamente più introspettivi, più carichi di riferimenti e citazioni, più poetici, meno leggeri e di meno facile accesso, forse. Io penso che in base a questo si possa qualificare la cold wave come movimento vicino all’esistenzialismo…

Rispondi a questa citazione di Ian Curtis, per favore: “Existence well, what does it matter”

La durata di una vita umana ordinaria è talmente insignificante in rapporto all’età del nostro pianeta ed a tutto quello che ha preceduto la specie umana. Allora, di fronte a questo l’esistenza umana cosa può fare o cosa significa!

Per me, solo l’infanzia vale davvero la pena di essere vissuta, a condizione che sia vissuta in condizioni decenti. Tutto quello che viene dopo non è che un riempimento del tempo da parte di esseri che passano i loro giorni a crearsi dei problemi e ad affrontarne degli altri in una ricerca sfrenata dell’amore e/o della ricchezza…

E’ strano essere conosciuti all’estero per un gruppo che ha dei testi in francese?

E’ sempre abbastanza sorprendente vedere che si tocca lo spirito di un pubblico che non conosce per forza la nostra lingua e che, sicuramente, non la pratica. Noi siamo soprattutto conosciuti in Paesi come l’Italia le cui lingue hanno delle radici latine!

Ma è vero che ci sono anche dei fans nei paesi dell’Est…

Per quel che ci riguarda, il fatto che la cold wave sia profondamente radicata in Francia è una spiegazione abbastanza razionale della nostra diffusione al di fuori.

Suonerete, per la seconda volta, in Italia all’inizio di dicembre: avete qualche ricordo della prima volta qui ?

Fu una grande novità per noi. Fino ad allora non avevamo suonato che nei paesi del nord (Belgio, Olanda, Germania) ed in Francia. Siamo arrivati a Milano col TGV e l’accoglienza fu molto calorosa. L’organizzazione e la sala furono eccellenti! Sfortunatamente non abbiamo avuto il tempo di scoprire un po’ la città, perché c’erano dei problemi di traffico ed in più quel giorno pioveva (come da noi)! Il pubblico del concerto è stato molto ricettivo quando abbiamo suonato prima dei Madre del Vizio. Quindi abbiamo passato dei bei momenti sul palco!

Confesso che la prospettiva di suonare due sere di seguito, in due diverse città italiane mi piace molto, e sono certo che è lo stesso per gli altri membri di Guerre Froide.

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