“Il giovane favoloso” di Mario Martone: il dolore rende liberi

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A poca distanza da Pasolini, esce un film su un altro ‘mito’ della letteratura italiana, la cui conoscenza è, qui da noi, davvero di massa giacché è un ‘tormentone’ dei nostri programmi scolastici. Il giovane favoloso, infatti, è l’ottocentesco Giacomo Leopardi, la cui biografia costituisce l’ultimo impegno di Mario Martone, a ragione molto applaudito alla Mostra del cinema di Venezia.

Si tratta di una pellicola di certo in linea con lo stile che caratterizza il regista, già cimentatosi con Noi credevamo in ambientazioni ‘risorgimentali’, ma che tocca vette in precedenza mai raggiunte. La ricostruzione di casa Leopardi –  reale, in quanto concessa dagli eredi della famiglia  – e quella della società e delle situazioni in cui il protagonista si trovò a muoversi sono minuziose e curate al massimo, con un’attenzione anche all’aspetto estetico che le rende affascinanti. Ma non è solo questo: la lettura che viene data dell’uomo e dell’intellettuale appare molto più che plausibile: l’interpretazione resa da Elio Germano è tale che, d’ora in poi, sarà difficile immaginare Giacomo Leopardi con fattezze diverse.

La vicenda inizia con l’infanzia a Recanati, anzi, è a Recanati che si svolge tutta la prima parte del film. La famiglia del conte Monaldo è costituita, oltre che da quest’ultimo, anche dalla sua rigida e fredda moglie e dai loro figli, condannati dalle ambizioni culturali del padre a dedicarsi quasi esclusivamente allo studio, indipendentemente dalle loro aspirazioni. Legato ai fratelli da un rapporto di tenerezza e complicità, Giacomo vive circondato – costretto? – dai muri della biblioteca e le sue doti di intelligenza e di ingegno si rivelano molto presto. Grazie a queste, egli entra in contatto con gli studiosi più importanti del suo tempo, tra i quali, per esempio, Pietro Giordani, con cui nasce un’amicizia decisiva. Inevitabile, quindi, che il giovane venga presto preso dal desiderio di ampliare le proprie vedute per scoprire il mondo al di là della soffocante casa paterna. Gradualmente vengono introdotti anche i problemi relativi alla salute di Leopardi, ma nulla fa pensare che siano questi a causare l’indole solitaria, lo stato d’animo malinconico e perennemente insoddisfatto che divengono sue costanti caratteristiche. Più determinante risulta invece la repressione esercitata su di lui dai genitori, soprattutto Monaldo, poco incline a concedergli la libertà che egli tanto desidera: il padre vuole ostinatamente trattenerlo presso di sé ritenendo addirittura che le relazioni nate con i circoli intellettuali italiani possano nuocergli invece che essere utili per la sua crescita. Anche le idee politiche che il giovane va sviluppando finiscono con il dividerlo dal conte, severo e tradizionalista, e quest’ultimo, nella sua durezza, fa naufragare miseramente un tentativo di fuga da lui ideato con l’aiuto dei fratelli, assestando alla sensibilità del figlio un notevole colpo. Così, insieme alla ‘gobba’, è l’infelicità di Giacomo che vediamo progressivamente lievitare: nel tempo – pesante – che trascorre a Recanati egli pone le basi di quel pensiero pessimista che con le esperienze successive abbraccerà sempre più aspetti dell’esistenza fino ad includere, come è noto, la stessa natura.

Nella seconda parte della pellicola, poi, vediamo quali frutti porteranno gli spostamenti in altri luoghi, con la nascita e la fine di passioni amorose che non avrebbero mai avuto alcuna speranza, fino all’approdo definitivo a Napoli, la città ove il poeta visse con l’amico Ranieri fino al termine della sua esistenza. Ma tutto questo può essere letto su qualunque manuale scolastico. Il merito de Il giovane favoloso non è certo quello di consentirci di ‘ripassare’ aride nozioni risalenti ai nostri primi anni, ma quello di raccontare una personalità ‘anomala’ e solitaria, troppo speciale per aver trovato comprensione nel suo tempo e troppo consapevole di sé per piangersi addosso. La grandezza dell’uomo ha facilmente la meglio sull’handicap fisico e sulla malattia: si tratta di presenze ovvie ma non troppo invasive. Eroe di una sensibilità assai più vicina alla nostra che a quella dei suoi contemporanei, il Leopardi di Elio Germano incarna il dolore di vivere di chi non può riconoscersi nei propri angusti orizzonti o nell’immensità della natura che all’uomo non dà rifugio; ad una simile mente, neanche la bellezza può offrire sufficiente ristoro.

Eppure il film di Martone di bellezza è del tutto pervaso. Dalla luna di Recanati alle antiche mura di casa Leopardi, dalle parole meravigliose de “L’Infinito” – recitate in un modo che fa rabbrividire – ai dialoghi con Pietro Giordani, dalle dimore di Firenze alle strade di Napoli, di cui il regista sa magistralmente rendere colori e sensazioni: ovunque il protagonista porta il suo tormento fatto filosofia; alla fine i versi de “La Ginestra”, da sempre considerati una sorta di testamento spirituale, acquistano una valenza liberatoria.  A costo di sembrare monotoni, infine, non si può non riparlare di bellezza per definire la colonna sonora di Sascha Ring, meglio noto come Apparat, genialmente scelto per animare con la sua elettronica di ampio respiro figure ed ambientazioni ottocentesche. Leopardi stesso non avrebbe potuto non apprezzare, ne sono certa…

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