Zola Jesus: Taiga

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Con un po’ di tristezza, eccoci a parlare di Taiga, l’ultimo lavoro di una delle artiste di maggior spicco di questi anni. Prodotto dalla stessa Nika Roza Danilova con Dean Hurley, il disco porta il titolo di una foresta tipica della Russia, le cui caratteristiche, a suo dire, hanno delle analogie con la musica di Zola Jesus. Di qualunque caratteristica si tratti, la verità è che ci troviamo di fronte ad un album pop, senza mezzi termini: alcune tracce di Taiga potrebbero far parte del repertorio di Rihanna – una delle fonti dichiarate di ispirazione del disco! – e i fan di quest’ultima le avrebbero senz’altro gradite. Ma noi che abbiamo amato Zola Jesus della prima ora, no. Che la nostra non avesse più voglia di incarnare l’‘eroina’ dark era abbastanza chiaro, si notava già in Versions che, ottimisticamente avevamo voluto considerare come un’esperienza ‘en passant’. Altri invece l’avevano già interpretato come un segnale. Così, la title track che apre Taiga – non un brutto pezzo, in verità! – dà l’idea di un clima molto rasserenato rispetto ai precedenti lavori, con presenza di parti corali ed un andamento assai ‘conciliante’. Subito dopo, “Dangerous Days” che, a quanto si sa, è stata scritta nel 2011 non trovando tuttavia posto in Conatus, al quale sarebbe stata in effetti davvero inadatta: ritmo saltellante, melodia accattivante da hit pop; per carità, il canto è sempre riconoscibile, ma le doti della Danilova, che reputo una delle più grandi vocalist in circolazione, sono spaventosamente sprecate! Con “Dust” siamo poi al centro del problema e arriva la consapevolezza che qui proprio qualcosa non va: il brano incede per lo più lentamente, condotto da una melodia pseudoromantica che – mi si perdoni la cattiveria – non sfigurerebbe al festival di Sanremo e ascoltare quella voce che, in altri contesti, ha rappresentato potenza e libertà selvagge, quasi primordiali, ‘addomesticata’ e costretta in una canzonetta, ahimè… “Hunger”, che torna ai ritmi ‘saltellanti’ aggiungendovi una parte al synth alquanto pacchiana sembrerebbe pensata per ballare mentre “Go (Blank Sea)” possiamo archiviarla come motivetto orecchiabile, magari anche carino. Si giunge finalmente ad uno degli episodi migliori, “Ego” in cui l’assoluta superiorità della voce di Danilova insieme ad un arrangiamento lievemente più estroso con suggestivi passaggi orchestrali ha la meglio su qualunque osservazione si possa voler fare. A questo punto non c’è molto altro che valga la pena di dire: le restanti tracce trascorrono senza suscitare particolari emozioni e, al termine di Taiga il primo istinto che si ha è quello di andare a riascoltare  Stridulum II. Provare per credere.

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