L'ordre d'Héloïse: Le chaos de l'histoire

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Quando chi scrive si imbatte in una bellissima musica di un gruppo ancora sconosciuto, è inebriante, perché, almeno a mio avviso, una delle ragioni per occuparsi di musica è presentare dei gruppi da scoprire a chi ascolta, aiutandoli anche ad iniziare a farsi conoscere. Quando visitando il sito di questo gruppo, si scopre poi che in realtà i suoi membri suonavano nell’ombra da molti anni, anche se con una lunga interruzione, si ha un’amara sensazione di incredulità ed ingiustizia, e un impellente bisogno di contribuire, nel limite delle proprie possibilità, di dare a questa musica la visibilità che avrebbe meritato da lungo tempo.

Le Chaos de l’histoire è un bellissimo lavoro, pubblicato purtroppo postumo, poiché Frédéric, qui come cantante e strumentista, è purtroppo mancato all’inizio di quest’anno. Il suo compagno ha comunque deciso di continuare il progetto, come omaggio ad una profonda amicizia durata vent’anni, e sarebbe bello se una traccia di lui rimanesse impressa nella memoria e nel cuore di chi ascolta, grazie alle sensazioni che si hanno grazie alla musica.

L’album è composto da quattordici pezzi, dalle sonorità tipicamente coldwave e può stare a testa alta a fianco di quelli di altri gruppi francesi più conosciuti, perché a volte la fama è anche frutto di coincidenze, di incontri giusti o di dimestichezza con l’ambiente. Fortunatamente ora internet e i vari siti di sharing rendono più facile presentare la propria musica e così finalmente questo album può meritatamente iniziare a farsi ascoltare ed apprezzare.

“Amelia”, il pezzo di apertura è uno strumentale, con chitarre riverberate che hanno delle vaghe reminescenze dei Cure. “Receuil de nuit” è più atmosferico, con la voce di Frédéric che canta con la sua caratteristica tonalità dolcemente struggente sul riverbero di note dilatate, che allungano la loro ombra, come i demoni che popolano la notte di cui parla il testo. “Dernier espoir” è più ritmato, con le tastiere che fanno da contraltare alle chitarre, piene di riverberi evocativi. “Le chaos de l’histoire” è tra i migliori pezzi dell’album: è denso e mantiene tonalità crepuscolari pur essendo ritmato; e ancora la voce che canta un testo disperato, che potrebbe essere degnamente affiancato a quello di autori ben più famosi, che per molti di noi sono stati delle presenze e a cui abbiamo parlato nei nostri momenti difficili… Un testo che sembra quasi la profezia di quel che sarebbe successo a breve. Chiudo gli occhi e immagino Alain cantare “restano evidentemente la disdetta e il rumore, non ci sono più preghiere, tutto è diventato pietra” e ammiro la forza interiore necessaria per cantare tali parole, sapendo che sono in realtà una specie di profezia di quanto sarebbe accaduto nel giro di pochi mesi ad un grande amico. “Meme le noir s’est assombri” è un pezzo inquieto, permeato dell’esistenzialismo tipico della coldwave, che evoca il grigiore delle strade delle periferie urbane, delle zone industriali dove regna “l’alienazione che soffoca l’anima”. “La Orde”, ispirato forse a “L’orda del vento” di A. Damasio rappresenta, con la freddezza dei suoni analogici e con ritmi lenti e profondi i passi di un disperato viaggio in un inverno, di cui non solo non si intravede la fine, ma che anzi diviene ogni giorno più oscuro e difficile. “LODC” mi è entrato nel cuore, con le sue disperate sonorità che sembrano uscite direttamente da un disco degli anni ’80, ed un particolare testo, che mantiene significato e rime sia letto da destra e sinistra che dall’alto in basso. “Le verset noir” ha un incedere drammatico, al limite della claustrofobia, sul quale si staglia la voce di Frédéric, a cantare ancora una volta versi intrisi di rassegnata disperazione, che fa sentire il freddo fin dentro l’anima. “Le Froid” ha delle sonorità che ricordano i The Cure… ma soprattutto riesce davvero ad esprimere il dolore, il senso di tragedia imminente, soprattutto pensando che purtroppo il riferimento ha solide origini nella realtà. “Extinction des cieux” ha un ritmo nervoso, ed ha un riferimento alla Héloïse del nome del gruppo: un personaggio inventato, che trae origine da una divinità celtica che traghetta le anime, come il nostro Caronte. “Le vertige” è caratterizzato da intrecci di chitarre dilatate dall’eco, che evocano però più i fantasmi interiori e non le atmosfere sognanti che di solito si associano a quelle sonorità. “L’Enfer me ment” ha uno stupefacente contrasto tra la musica più ritmata e non particolarmente oscura ed il testo tragico, che ancora una volta suscita ammirazione per chi ha avuto il coraggio di cantarlo sapendo che presto quanto descritto sarebbe diventato reale. “Si le vert dicte tombe” ha delle sonorità che rispecchiano bene una rassegnazione impregnata di malinconia e disperazione, come anche il testo. “Croire en la nuit” è un pezzo strumentale, con i sintetizzatori che sembrano replicare il suono dei monitor ospedalieri e che finisce con un loop che be rappresenta…… la fine, di un avventura musicale, di un’amicizia, di una vita.

Un album bello e contemporaneamente pieno di dolore, perché in questo caso, come è stato per i Joy Division la tragedia descritta è purtroppo diventata reale. Un ringraziamento ad Alain per aver divulgato questo splendido lavoro, malgrado la tragedia che si è consumata durante la sua registrazione, e soprattutto nella sua vita.

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