Swans: To Be Kind

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Dopo The Seer in molti ci siamo chiesti come sarebbe stato il prossimo capitolo (tredicesimo) nella storia lunga ed importante degli Swans. La risposta è stata To Be Kind ovvero un disco che al precedente è assai legato, sia nell’impostazione che nella struttura: un lavoro ben consistente e niente affatto facile, costituito da due CD con dieci tracce, alcune delle quali, quindi, di durata notevole. Ma non c’è da aver paura: non solo l’ascolto è più che tollerabile, ma si tratta di un album di grande interesse, forse non sempre gradevole per la frequenza con cui sono usate forme ripetitive o poco convenzionali, ma che mostra la vitalità di una band che è giustamente entrata nella storia della musica fin da quando le sue scelte artistiche parvero talmente nuove da essere reputate ‘scandalose’. Il loro stile oggi non desta più scalpore e, comunque, il fuoriclasse Gira sembra aver optato per soluzioni sperimentali, sì, ma un po’ più ‘controllate’, tuttavia qui, come in The Seer, siamo lontani anni luce dalla banalità. Prendiamo l’opener, “Screen Shot”: minimale, cadenza un po’ sonnolenta dal vago sapore blues, prosegue per otto minuti abbondanti con una combinazione lineare che si ripete di continuo condotta dal canto declamato di Gira; su questa base pare intervenire ogni singolo strumento fino al catartico caos finale, nel quale trova sfogo la tensione accumulata strada facendo. L’ispirazione ‘blueseggiante’ – la dedica è per Chester Burnett! – si ripresenta nella successiva “Just A Little Boy” dove però lo scenario è decisamente ‘funebre’ e sinistre appaiono le ‘variazioni’ vocali tutte di gola ed i curiosi coretti un po’ da ‘ubriachi’ (risate e simili) non sempre adeguati al contesto: forse una delle scelte meno condivisibili dell’intero album. Più fluida “A Little God In My Hands” che risulta tuttavia non meno sinistra e pervasa di un’atmosfera quasi ‘malata’: i coretti, di nuovo, sembrano forieri di minaccia, che in effetti si concretizza nei caotici minuti finali di ‘muro’. Troviamo qui, più o meno al centro del disco, il pezzo dall’ascolto certo più faticoso: “Bring The Sun/Toussaint L’Ouverture” procede infatti per oltre mezz’ora con la solita impostazione blues cupa e drammatica più simile ad un’agonia che ad un ‘viaggio’, molti passaggi ipnotici e tribali ma poche oscillazioni di rilievo a parte quelle che si devono ai ‘saggi’ vocali del nostro – le invocazioni a Toussaint L’Ouverture, personaggio della rivoluzione haitiana del ‘700 e le altre lamentazioni assortite paiono non terminare mai! – fino ad uno pseudo-acquietamento che tuttavia prelude e conduce ad un finale violento e pieno di angoscia: a costo di apparire blasfema, direi che qualche taglio qua e là sarebbe stato opportuno. Poco da dire sulla successiva “Some Things We Do” in cui, al centro di un’atmosfera davvero soffocante, vengono elencate una serie di azioni che, appunto, noi ‘facciamo’ e qui è l’artista Little Annie (Bandez) a duettare con il buon Gira; ma subito dopo la ‘scena’ diviene assai più ‘vivace’ nella bellissima “She Loves Us!” che incalza nella sua ossessività fino all’apice della follia. Delle restanti, voglio segnalare solo “Oxygen” dal bizzarro ritmo sincopato in parossistico crescendo, che decisamente riesce a scombussolare e la depressa title track che, all’occasione, sa erompere in momenti selvaggi, addirittura carichi di rabbia: immagino come venga eseguita dal vivo…  Per concludere, se è vero che To Be Kind è di certo un ascolto impegnativo, è vero anche che il tempo dedicato agli Swans non è mai perso.

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