“Big Eyes” di Tim Burton: il talento delle donne

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Gli anni passano e i nostri idoli cambiano, come noi invecchiano e mutano gusti ed inclinazioni. Non si può fare un rimprovero a Tim Burton se si va allontanando dall’estetica ‘gotica’ che ce l’aveva reso caro, ma non si può evitare di provare un po’ di nostalgia per Edward mani di forbice e Sweeney Todd. Di certo rimane un grande regista, straordinario padrone di un mezzo espressivo in grado di stupire ed ammaliare il pubblico. Ne è dimostrazione proprio Big Eyes, il suo nuovo film: ispirato ad una vicenda reale, racconta la storia di Margaret Keane, pittrice di un passato non troppo lontano e di suo marito Walter Keane che, per anni, si attribuì con varie scuse la paternità delle sue opere fino al momento in cui fu smascherato. Con Amy Adams e Chrtistoph Waltz nei due ruoli principali, il nostro si cimenta stavolta esclusivamente con avvenimenti e non con la fantasia, spinto forse dall’amicizia che lo lega alla vera Margaret Keane; nonostante già con Ed Wood avesse optato per la biografia, è con Big Eyes che egli si propone in qualche modo di mantenere un legame saldo con gli eventi effettivamente accaduti. Così, conservando una parte delle caratteristiche anche tecniche che hanno reso tanto affascinanti i film precedenti, Burton ha confezionato ancora una volta un prodotto molto valido, sì, ma… di certo non ‘gotico’.

La vicenda comunque è così curiosa da rasentare l’assurdità. Della pittrice solitaria Margaret apprendiamo subito che con gli uomini ha sfortuna: dopo un primo matrimonio andato male, la nostra eroina lega la sua vita a quella di Walter, un faccendiere pochissimo simpatico ma molto sicuro di sé, che si spaccia per artista ed imbroglia tutti, lei per prima. Non sorprende dunque che questa figura infida e non limpida prevalga sulla debole moglie appropriandosi, allorché si accorge che vi è convenienza,  di qualcosa che per lei è importante al massimo grado, la sua pittura. Margaret, del resto, è una donna degli anni ’50 che fatica ad opporsi a suo marito ed è timorosa di affrontare le incognite di un’esistenza da single. Ma quando la minaccia alla sua identità artistica diviene intollerabile, con l’aiuto della figlia e di altre persone che si sono prese a cuore la sua situazione, l’innocua biondina tira fuori gli artigli.

Burton porta avanti simultaneamente due discorsi: quello che si riferisce alla storia sentimentale dei protagonisti e quello invece legato alla produzione pittorica oggetto delle questioni fra i due ed entrambi gli aspetti appaiono, tutto sommato, non troppo approfonditi. L’istrionismo di Waltz, così indovinato nei film di Tarantino che ne avevano decretato il successo, risulta qui decisamente invadente lasciando poco spazio alle sfumature della relazione che appare quindi inconsistente; non rimane in ombra l’impeccabile interpretazione della Adams, molto accattivante nei panni della ‘bambolina’ stile Marilyn che, nel corso della storia, sfodera un caratterino niente male. Quanto poi all’opera di Margaret Keane, Big Eyes non entra nel merito del suo valore sul quale, del resto, la critica di settore ha già detto ampiamente la sua. Sicuramente la sua arte era adatta al godimento popolare e questo spiega la sua larga diffusione ed il processo di mercificazione che ha dovuto subire: a tale problematica si allude a grandi linee nel film. Non avremmo, del resto, preteso da Burton analisi di questo tipo se, in compenso, fossero stati presenti quei tratti distintivi che hanno contribuito alla sua fama: la creatività, la passione per il ‘fantastico’, la capacità di parlare del nostro mondo attraverso bellissime visioni. Cosa resta, di tutto questo, in Big Eyes? Un mestiere abile  e sperimentato, la fotografia dalle tinte tenui ma perfettamente curata di Bruno Delbonnel, già con il regista in  Dark Shadows e la direzione di un cast certo di prim’ordine, a suo agio in questo contesto assai meno grandioso rispetto a tante altre produzioni hollywoodiane. Eppure manca qualcosa: che siano cavalieri senza testa, cimiteri popolati da bellissimi cadaveri o la sua ex-musa/moglie che cucina pasticci di carne umana, Tim Burton ci ha privato stavolta di un pezzetto del suo genio, lasciandoci  un po’ tristi…  forse anche un po’  più poveri.

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