Horror Vacui: Return of The Empire

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Dei bolognesi Horror Vacui, sorti nel 2010, è uscito recentemente il secondo album, Return of The Empire. Marzia, Andrea, Lara ed Enrico, insieme al frontman Koppa sono dediti a quel filone del postpunk più legato al punk: in ogni caso, che si voglia parlare di influenze death-rock, gothic rock o punk, si tratta di musica molto energica, a volte aggressiva e piena di forza liberatoria; in sostanza conviene affrontare una loro esibizione live con l’idea di trovarvi carica e, probabilmente  confusione. Si consideri, per altro, la presenza di due chitarre nella formazione! Del resto, se per definirsi hanno usato un’espressione come ‘Punker than dark. Darker than punk’, un motivo ci sarà. Le atmosfere sono decisamente cupe – ma non certo fredde! – e la parte vocale a cura, appunto, di Koppa, di un’efficacia davvero dirompente. Per questa ragione, ritengo che gli amanti del solido goth di tradizione (Nephilim, Sisters of Mercy, Mission) qui potrebbero sentirsi a casa. Apre la title track, che ha un inizio assai bello: arpeggio e poi via nell’apocalisse, proprio sotto l’egida dei Sisters of Mercy. Subito dopo, “5000”, una full immersion nel postpunk più aspro e ‘burbero’, prima di una discesa frenetica nel buio (“The Right Cure”). “Till the Last Drop”, per la gradevole melodia, è uno degli episodi più facili, ma basso e batteria sono davvero notevoli! Con “Opus Tenebris” raggiungiamo l’acme del pathos: oscura, coinvolgente, trascinante, non so cosa si possa pretendere di più da un pezzo goth/postpunk; con la successiva “Desperate Adelia” – ammirevole chitarra! – la doppietta appare assolutamente vincente. “Lortnoced” è il rifacimento di “Decontrol” dei Discharge, celebre band inglese di hardcore punk, che i nostri rendono meno ‘sguaiata’ ma paradossalmente ancora più incisiva giacchè la chitarra sfoggia suoni ben più robusti e la voce di Koppa è assai più ricca di tonalità e non meno ricca di potenza. Ma a me piacciono soprattutto i brani più vicini al postpunk, come la successiva “Underworld” o la conclusiva “The Fall of the Empire” che, ricollegandosi idealmente all’opener, ripropone uno dei riff più riusciti del disco, che non può non travolgere, che siate fan del goth o no. Return of The Empire, dunque, è il classico album che ci fa sperare che l’Italia abbia qualcosa di suo da dire anche in questo settore.

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