Klam: Bleak

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Quattro ragazzi toscani, provenienti, per la precisione, dall’area Pisa/Livorno hanno fatto uscire, qualche mese fa, una delle cose più originali ed interessanti che mi sia capitato ultimamente di ascoltare. Il progetto Klam – sarà un’allusione al personaggio di Das Schloß di Kafka? Fin qui non è dato sapere – nasce da un’idea di alcuni ex-componenti di due gruppi pisani, i Magdalene ed i Chambers: le informazioni disponibili sono scarse, le loro passioni sono criptiche almeno quanto il moniker, ma il primo full-length, Bleak, è stata la classica scoperta fulminante. La musica dei Klam è di chiara matrice post-punk ma insolita e ricca di spunti vincenti: influenze shoegaze, riverberi a volontà e contaminazioni di vario tipo, formule sperimentali ed affascinanti, un canto che sembra provenire da distanze siderali, tutto questo la rende in qualche modo speciale in un mondo dove ormai si languisce letteralmente per una novità. Definire i Klam una novità è forse improprio, ma di certo è nuova la capacità di Bleak di avvincere completamente, costringendoci a berne avidamente ogni nota finché non è finito. La prima traccia, “Depression Ridin’ Cowboys” pare iniziare con un grido per aprire poi uno scenario dai colori palesemente shoegaze: ritmo deciso, la chitarra irrompe forte e vigorosa, suoni distorti fanno rabbrividire e il canto remoto ha sfumature un po’ perfide. Subito dopo “Kim Young Gun” dilaga con i suoni laceranti della chitarra cui la voce dai toni impetuosi sembra volersi opporre e l’atmosfera sprofonda nell’oscurità fino a disorientare; “Bruce Campbell” propone invece una chitarra wave che conduce ancora il gioco rispetto al canto atono, vagamente sofferente. Da qui in poi gli episodi migliori: “Miss Bulimia” – non è l’unica ad avere un titolo fra il tragico ed il faceto! – a suo modo melodica, pervasa di una malinconia talmente disarmante che lascia nudi; la strumentale “Mother! Oh God, Mother! Blood” sorprendentemente post-rock; “Mess With the Best, Die In a Nuclear Test” il cui basso cupissimo la definisce sin dalle prime note e la struggente  “Die Alone” con il suo ‘spleen’ velenoso spezzato, dopo i primi due minuti, da un muro di suoni quasi irreale. Concludono l’album la plumbea “Pretty Girls Have AIDS” e  la sognante e svagata “Psycho-Somatic, Addict-Insane” che sfuma il paesaggio desolato in una visione forse un po’ meno oscura ma molto indefinita. Su qualcos’altro le idee sono invece chiare: Bleak è un’esperienza da non perdersi per nulla al mondo e i Klam vanno ascoltati dal vivo.

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