Jesus Rodriguez: U bram piekla

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Prima premessa: la grafia, me ne scuso, forzatamente non è corretta. Tutti i titoli e le note di copertina sono riportati in polacco. Seconda premessa: esistono/esistettero diversi Jesus Rodriguez. Ne venni a conoscenza di uno. Estate scorsa, una sera, accendo la televisione. Gesto tutt’altro che rituale, a casa mia. Lo feci perchè, pur essendo agosto, probabilmente pioveva. Un canale digitale trasmetteva un filmato che mi incuriosì. “Searching for Sugar  Man” del regista svedese Malik Bendjelloul (deceduto lo stesso anno, forse all’evento si riferiva la messa in onda della pellicola), col quale vinse diversi premi. Vi narrava l’incredibile vicenda di questo cantautore statunitense (nato a Detroit da padre messicano e da madre nativa americana con ascendenze pure europee), pressochè sconosciuto nel resto del mondo ma divenuto una stella di prima grandezza nel Sud Africa dell’apartheid. E che non era minimamente a conoscenza della fama della quale godeva in quel Paese (lo scoprì la figlia navigando su internet). Mi sono ignote le origini del moniker che i polacchi si sono scelti, e se si riferiscono proprio a quel Sixto Dìaz Rodriguez detto Jesus. Può importare o meno, fatto sta che pur in un’epoca di assoluta facilità di diffusione della musica, reperire materiale (e di buona fattura) da un paese apparentemente poco prolifico in quest’ambito può suscitare ancora meraviglia. Ma che in Polonia esista e si sia negli anni ramificata una solida scena alternativa ormai lo sappiamo. U Bram Piekla (“Alle porte dell’Inferno”) è il minaccioso titolo del secondo long-playing del quartetto con base a Wroklaw, e fa parte di una discografia ad oggi esigua, contando un demo omonimo del 2005 (ma ne fecero uscire pure uno nel 2001, del quale però non ho trovato riferimenti), ed un CD, “Zero”, del 2010. Confezione assai curata, decisamente professionale, non mi hanno però inviato uno straccio di info-sheet. Vabbè, c’è la rete, giusto, ma più materiale si mette a disposizione dello scribacchino e meglio è. Dodici brani, cantanti in madre-lingua, e questo non è certo un ostacolo se non nella comprensione dei testi. Piuttosto che un inglese impreciso o peggio stentato, meglio il proprio idioma, che poi si adatta all’approccio declamatorio di Krzysztof Morfina (simile a quello di Enrique Bunbury dei leggendari Heroes del Silencio!). Sonorità che si risolvono in un rock dinamico ed enfatico dalle tinte goth a tratti più marcate, altrove più tenui, poggiante sulle chitarre di Dawid Sitek e sulla robusta sezione ritmica che ha nello stesso Morfina e nel batterista  Sebastian Zwierz i due cardini, e sulle onnipresenti tastiere suonate con gusto peculiare da Bartosz Bialek. Emerge pure una tenue vena dark-progressiva (a-la Riverside, per citare altri loro bravi compatrioti). La graffiante sei-corde a tratti si fa più metallizzata, non mancano poi intarsi davvero pregevoli, peccato che Sitek pecchi a volte di un protagonismo insano e che si insinuino tracce di ripetitività, la scrittura viene messa alle corde da temporanei appannamenti creativi risolti comunque con mestiere. L’oscura “Anielski glos” (“Voce angelica”!), con le keys che sondano gli abissi, l’enigmatico tempo lento “Salatka z tungzyka II” (“Insalata di tonno”!!!) che attrae ed è graziato da un deciso intervento della chitarra, funzionale ad un innalzamento progressivo del livello di liricità fino all’epilogo, teatrale e coinvolgente (maiuscola l’interpretazione di Morfina), la più canonica “Nowy lad” (e qui davvero pare che si spalanchino le porte dell’Inferno) sono le canzoni che meglio ricordo, ma non le uniche di valore. “Osobliwosc” e “Potop Plomieni”, fuse in un unico blocco, si abbeverano all’inesauribile fonte nephiliana, effettuando una attenta opera di ricerca ed interpretandola con arguzia, evitando così gli JR di risultar oltremodo indisponenti. A questi due pezzi si unisce la cadenzata “Ten Lepszy Swiat” (“Questo mondo migliore”), esercizio che lascia trasparire tentazioni dark-prog-psychedeliche che palesano affinità sorprendenti con quanto proposto dai floridiani Seasons of the Wolf. A questo punto i preparativi per l’epilogo possono dirsi compiuti, ma fate attenzione, perché “U Zamknietych Piekla Wrot” chiude degnamente U Bram Piekla, nove minuti durante i quali le briglie vengono sciolte e gli strumenti lasciati liberi di levare il loro canto, epico commiato che però riserva ancora una sorpresa… Io da parte mia sosterrò gli sforzi artistici degli Jesus Rodriguez, chissà che non diventino un piccolo fenomeno di culto in Italia, e che magari lo scoprano fra qualche anno (non per merito mio, per carità!).

Per informazioni: http://jesusrodriguez.bandcamp.com
Web: http://www.jesus-rodriguez.com
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