Other Voices: A way back

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Il nuovo disco degli Other Voices conferma la loro esplicita vocazione internazionale, sposando la causa della new-wave più pura. Scelta che può esporli all’accusa di parteggiare per i derivativi, ma che i calabresi rintuzzano senza fatica e con consumata abilità (si sono fatti le ossa sui palchi stranieri, mica per nulla) volgendo poi a loro favore anche questa tenzone.  Ma allora A way back cosa contiene per farci esporre tanto? Ancora David Palmer alla consolle, come sull’EP “Beloved child”. Registrazioni che si sono tenute negli studi Parr Street di Liverpool, tecnico del suono Pat O’Shaughnessy. Non cambia la squadra, missaggio poi affidato a Francesco Sorace. Sforzi ripagati dal risultato ottenuto, in linea con gli standard che il mercato pretende. Meglio non commettere passi falsi, i calabresi lo sanno, saremo anche la suburbia del music-biz, ma dobbiamo farci valere. “I walk on the wire” apre: ruolo impegnativo che risolve a suo favore, ottima partenza. Secondo pezzo, e primo singolo, “A night lasting a year”, convincente nella sua attualizzazione del concetto di new-wave. Poi “Garlic”, con gli Stranglers alla ricerca della verità dopo una notte di sollazzi, colla città che dorme ancora, chiude la tripletta iniziale. A way back vive di emozioni, come la title-track che bilancia l’oscurità del dark o “Hate me again” che fugge via bella e veloce, lanciandoci un’occhiata d’intesa. Sappiamo quel che vuol dirci, la nostalgia è dietro l’angolo, ma la ricacciamo indietro. Le spigliate “The poor road” e “The only real convinctions” magari qualcosa degli Editors se la portano appresso, “Without any sound” è più compassata, “Journey”, guidata dal basso di Giuseppe Monelli, ci scruta attraverso il vetro incrostato di polvere della finestra d’una anonima stanza d’albergo. Periferia, luci al neon fredde come il ghiaccio, refoli di vento che spingono cartacce ed arbusti strappati da un giardino infestato d’erbacce. “I seek away” è una di quelle canzoni dal retrogusto dolciastro che profumano di pomeriggi di fine inverno trascorsi a sorseggiare tisane, mentre fuori piove, attendendo che si faccia notte. Finale che abbraccia un chitarrismo epico alla Snake Corps che giocano a fare gli U2 di “War”, ed allora adagiamo il capo sul cuscino ed attendiamo ancora un po’, prima di uscire… Canzoni sparse (non ho seguito la track-list, ma ho raccolto appunti da post-it, pagine di diario…), ma A way back è disco unitario, dal livello complessivo elevato. Eppoi “Gunslinger”, bonus-track dal lignaggio nobile. L’origine delle liriche risale a “La torre nera” di Stephen King, e qui magari potremmo approfondire con gli Autori. La canzone è attraversata da un tema cinematografico, sarebbe ottima sigla per una serie TV come “Longmire”, sì, la vedo proprio bene. E’ solenne come una cavalcata notturna verso il duello definitivo, e racchiude germi di quella grandeur alla quale sovente i Muse ricorrono. Gran finale, uno degli episodi più convincenti di un disco maturo, e proprio quel suo andare oltre, quel ridisegnare una mappa sonora che si è consultata fino all’esaurimento, lascia intravedere che nuove risorse sono già state individuate. E gli Other Voices sapranno sfruttarle con profitto.

Per informazioni: http://www.rblmusicitalia.it
Web: http://www.othervoices.it
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