Red Lorry Yellow Lorry: See the fire - Albums, singles and BBC Recordings 1982-1987

0
Condividi:

Un gruppo di seconda fascia, ai più conosciuto per aver fornito lo skin-beater alla Missione di Wayne Hussey (il potente Mick Brown, sostituito da una asettica drum-machine, mah…). Possedevo una cassetta (doppiata…) di “Paint your wagon”. Suono sporchissimo, ma “Walking on your hands”, “Last train”, “Head all fire”… rendevano benissimo! Cosa suonavano, i RLYL? Guai e definirli goth, si sarebbero arrabbiati, preferivano gli MC5, ed allora? In un’epoca di severa irreggimentazione, era un problema non di poco conto. Si rischiava per questo di non venir notati, stretti fra campioni conclamati di generi affini che lasciavano poco spazio ai seppur onesti comprimari. Chris Reed si attorniò di una bella serie di  colleghi senza però riuscire a far fruttare l’energia che il gruppo era capace d’esprimere, osando anche soluzioni interessanti, come in “Chance”, track pubblicata solo su singolo che si attirò le attenzioni e le lodi di Thurston Moore e di Peter Wright. Postume, ovviamente. Brano originalissimo nel suo incedere irregolare e sferragliante, scheggia impazzita di post-punk affilatissimo che lascia intravedere potenzialità mai sfruttate appieno. “Talk about the weather”, otto brani brevi, tanto che molti lo definirono un semplice miniLP, poi il citato “Paint…”, ed una serie corposa di singoli. Gli anni della Red Rhino di Tony Kostrzeva che credette in loro, in quel gruppo che veniva da Leeds, come i Sisters Of Mercy, ma che coi concittadini spartiva ben poco (qua e là, ben camuffata, emerge una certa affinità, ma Reed si rifiuterebbe d’ammetterlo). Magari più prossimi ai Joy Division… Il terzo dischetto compila due “BBC sessions”, ed è forse il più interessante (ed inedito), segno che i RLYL nelle situazioni dal vivo, anche in quelle atipiche, si sentivano a loro agio. Confezione spartanissima, colle cover dei numerosi singoli rilasciati dai Lorries ed intervista dell’ineffabile Mick Mercer a David Wolfenden, l’unico che ha resistito al bizzoso capo. Anni in cui la sobrietà non era un difetto che vengono ben ritratti in See the fire, a cui seguirono altri di lento declino, seppur “Nothing wrong” e “Blow” uscirono per Beggars Banquet senza però mai sfiorare le posizioni alte delle charts, fino alla fine decretata da “Blasting off” del 1991. La ricchissima dotazione di bonus ricalca per la maggior parte quanto offerto da “The singles 1982-87” (ormai introvabile, presumo), ascoltare i sisterismi di “Jipp” (che precedono in un certo senso quanto poi proposto da Eldritch in “Vision thing”) e di “Cut down”, le melodie virate seppia di “Pushed me”, quei chitarroni irriverenti ed il drumming (più o meno artificiale) scandito fa bene, non solo ai vecchietti, che magari all’epoca se li persero, distratti da nomi più altisonanti. L’approccio da live-band, la mezz’ora scarsa di “Talk about…” e di “Pain your wagon”, qualche pepita di eighties dark che emerge dal suolo arido (“Crawling mantra”), pochi fronzoli e tanta sostanza… Non chiamiamoli goth, ma vogliamogli bene egualmente, che se lo meritano.

Condividi:

Lascia un commento

*