Viet Cong: Viet Cong

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Canadesi, in circolazione dal 2012, i Viet Cong sono quel che si suol dire un gruppo ‘trendy’. Il bassista/voce Matt Flegel ed il batterista Mike Wallace provengono dagli Women; a loro si sono uniti Scott Munro e Daniel Christiansen: ben due chitarristi che caratterizzano la musica dei Viet Cong in modo ben preciso, facendola diventare qualcosa in più della solita ‘filiazione’ del post punk. Che i nostri abbiano la tendenza a distinguersi si è compreso fin dal primo EP autoprodotto, Cassette, che ha suscitato un insperato interesse. Ora che, con l’uscita del primo, omonimo full-length, i Viet Cong sono anche in giro per una serie di date – unica prevista per l’Italia nel mese di giugno a Marina di Ravenna per il ‘Beaches Brew’ 2015 – se ne legge praticamente ovunque, e non soltanto perchè, come si è saputo, hanno dovuto cancellare un live in Ohio a causa del loro moniker ritenuto offensivo: il disco ‘funziona’ e coinvolge, è fresco e originale e merita dunque che ne parliamo anche noi. La prima traccia, “Newspaper Spoons” esordisce con batteria marziale che scandisce il ritmo a mo’ di ‘marcia’: ma la chitarra noise dilaga con note ben ‘abrasive’ che rendono la melodia, in sé quasi giocosa, assai inquietante. Segue “Pointless Experience” che invece è pervasa di un’atmosfera tetra e tormentata, con il basso impetuoso che circoscrive oscure disarmonie: un omaggio al post-punk più cupo e dark; “March of Progress” si presenta invece come una sorprendente creazione ‘psico-sintetica’ con una parte vocale stile ’70, sostanzialmente quanto di più inatteso si potesse trovare qui. La successiva “Bun­ker Bu­ster” è forse una delle ‘perle’ dell’album: fra il punk e la psichedelia, il brano ostenta la libertà espressiva e l’indifferenza per le categorie precostituite che il gruppo sembra proprio voler rappresentare; quanto alla chitarra, è tutta da godere. “Continental Shelf” e “Silhouettes”, poi, segnano il ritorno verso suoni post-punk più consueti: la prima, per esempio, ricorda vagamente gli Echo & The Bunnymen. Ma la chiusura è davvero col ‘botto’, giacché “Death”, che dura oltre undici minuti e sembra un compendio di tutti gli aspetti dello stile dei nostri, riesce letteralmente ad ipnotizzare chi ascolta: dopo una parte iniziale quasi melodica dal mood introspettivo, le due chitarre guidano la musica verso lidi assai più noise immettendo sonorità nervose e ‘tirate’; grande anche la prestazione vocale di Flegel, che conferisce alla struttura consistente del brano tutto il pathos che serve. Viet Cong si rivela quindi un’esperienza stimolante che mi sento decisamente di consigliare.

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