Deviate Damaen: Retro-Marsch Kiss

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Le note interne di Retro-Marsch Kiss si concludono con una maledizione verso coloro che “percepiranno quest’album come invettiva e non come arte”. Correndo anche il rischio di essere riempito di “sputi batterici e virali”, è pressoché impossibile porre in secondo piano le tematiche “forti” di cui i testi di Volgar sono pregni. Ideologicamente stiamo tra la nostalgia destrorsa di Casa Pound e le tesi anti-immigrazione di Salvini, il tutto espresso con un livore tipico di questi due riferimenti, se non diretti quanto meno ideali.
È anche vero che più che un manifesto ideologico i Deviate Damaen puntano con questo album a irritare, con la stesso puntiglio (e sostanziale innocuità) del bambino piccolo che dice le parolacce per scandalizzare i grandi. La band vuole quindi soprattutto provocare, “épater le bourgeois”, in particolare se “comunista” o proveniente dalla scena gotica, scena verso cui Volgar mostra un autentico e un po’ inutile livore (inutile in quanto la scena, casomai fosse mai esistita, si è pressoché estinta e non ha mai certo avuto alcuna consapevolezza e simpatia politica esplicita, in particolare a sinistra).
Ovviamente ognuno ha le proprie idee (le mie evidentemente agli antipodi di quelle della band) e in un periodo assolutamente squallido come questo attuale, a parlar di politica ci si appassiona davvero poco. La premessa era però d’obbligo visto che è inequivocabile che con la provocazione la band ci gioca parecchio.
D’altra parte Retro-Marsch Kiss, seppur non esente da pecche, è un’opera interessante. Intanto ho particolarmente apprezzato il suo saper dosare momenti ambientali e sperimentali (a mio avviso i più riusciti del disco) con canzoni vere e proprie. È un album molto ricco sotto ogni punto di vista: doppio CD, 16 pezzi e un booklet curatissimo. Come dicevo vi sono episodi di sapore sperimentale, anche con derive industrial, posti come incipit o sviluppati come brani autonomi: fra questi segnalo “Descendi, Frigus!”, con il suo suggestivo sottofondo sinfonico.
Nei pezzi recitati poi, che sono molti nel disco, Volgar dà il meglio di sé, grazie alle sue indubbie doti recitative (“Ombre senza tombe”, “La fine che non c’è”, “Così parlò Costantino XI”, a cui ha anche collaborato il progetto industrial Corazzata Valdemone, o “La preghiera di Dante”). I testi “di invettiva” sono un po’ dozzinali, sia nel gergo che soprattutto nella forma e anche musicalmente “Schiuma su sto scroto, progressista!” o “Gothiko non hai capito un cazzo se…” sono gli episodi più deboli del CD.
I brani rock hanno una connotazione più heavy che gotica, e certi manierismi tipici del metal (gli assoli di chitarra!) sono davvero inutili: in particolare guastano un po’ l’altrimenti buona “Narcissus Race”, accattivante con il suo potente andamento tra “tardi Sisters” e Neue Deutsche Härte.
A pensar bene i Deviate Damaen non sono né metal né gotici ma il termine “barocco” è quello più adatto per classificarli in qualche modo. Un gruppo scomodo (da sempre invero), che fa di tutto per non star simpatico alla gente, ma indubbiamente con qualcosa (nel bene e nel male) ancora da dire.

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