The Black Hotel Doorkeepers: Dancing in the Shadows

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Già ascoltando il precedente lavoro di questo gruppo francese mi erano venuti in mente le band che nel corso degli anni hanno testimoniato il loro amore e la loro immedesimazione ideale nei Joy Division ed in tutto ciò che essi rappresentano, partendo dai Siglo XX, passando per i meno conosciuti The Last Journey e Dead Curtis per arrivare agli Ikon.
Anche i The BHD tentano con la loro musica di dare una continuazione ideale, sonora, e soprattutto emotiva, al gruppo che più di ogni altro ha testimoniato l’essenza della new wave, degli interrogativi che essa si poneva sul senso delle nostre esistenze, del “sound of music” come mezzo per esprimere il proprio disagio, ed allo stesso tempo per incontrare persone che condividono lo stesso disorientamento di fronte ad una vita che spesso ci porta a chiederci “Is this what life’s about? Is this the dream we share?”.
Una conferma di questo è avvenuta conoscendo un po’ David Droz, persona, oltre che musicista, da ammirare. Da buon membro della vecchia guardia, conosce il significato della “scena”, che vuol dire sentirsi parte di qualcosa, di una comunità di persone che vedono nella musica qualcosa che accomuna, che permette di condividere e scambiare emozioni ed idee tra individui affini… Il piccolo rifugio dal mondo circostante, un mondo dentro il mondo.
Il loro secondo lavoro, composto da dieci pezzi, è più maturo e personale del precedente, pur se con salde radici negli anni ’80, ed esce finalmente su supporto fisico grazie alla Manic Depression, che si conferma ancora una volta etichetta di riferimento per l’ondata wave, più legata alle origini in questa seconda decade del nuovo millennio.
“The stranger in the garden”, il pezzo che apre questo CD, è pieno di pathos, con una bassline angosciata che si avvicina a quella di “The hanging garden”. La voce di David aggiunge struggimento, resa remota dall’eco, e si pone vicina al cuore con una tonalità dolce che tanto ricorda Ian Curtis, e parla di paure, persone diverse… un tema atavico e, purtroppo, anche tragicamente attuale.
“Nothing more to give” ha delle sonorità rarefatte tipicamente wave e nella sua glaciale disperazione narra di un amore tormentato, che non viene apprezzato neanche dando tutto ciò che si ha, sia materialmente sia emotivamente… Il refrain “it’s never enough” riporta in mente lo struggimento immenso di “Love will tear us apart”.
“Into the shadow” è uno dei pezzi più “joydivisioniani”, come una versione più dark, nervosa e veloce di “Disorder”, ed un testo che sembra un’invocazione ad un amore che può essere un’ancora di salvezza o ciò che spinge definitivamente tra le braccia della morte.
“My Egyptian” è molto veloce ed oscuro, venato di suggestioni orientali: parla di miraggi sperduti nella sabbia, di incantesimi che attraversano i meandri del tempo e si materializzano negli occhi di una donna.
“Too late” è un pezzo gotico, pieno di suggestioni angosciose, di chitarre laceranti che evocano demoni interiori, di ricordi che tornano a lacerare l’anima all’infinito, come il vuoto lasciato da una perdita ed il tormento perpetuo dei rimorsi.
“I used to be apart” è più nervosa e sembra evocare nel suono l’attesa dello scontro evocato dal testo, una battaglia per dare un corso diverso alla propria vita, e che proprio per questo motivo è attesa con nervosismo, con angoscia mista ad una luce di speranza, che sono le emozioni che riesce ad evocare la musica di questo pezzo.
“Requiem” si apre con un suono industriale quasi disturbante, che, pur sfumando, lascia la sua ombra su tutto il brano: si apre in un suono lento, impregnato di oscurità e tormenti, come un incontro con la morte che lascia la firma indelebile del suo tocco nero nel cuore.
“The lord of faith” è come un intro dilatato a dismisura…. una lenta invocazione piena di disperazione che si ripete, senza trovare riscontro o risposta.
“Too many people”, a mio avviso uno dei più bei pezzi dell’album, è un altro pezzo pieno di suggestioni curtisiane, a partire dai ritmi convulsivamente nervosi per arrivare alla voce che narra di lacerazioni interiori, della differenza devastante tra quello che si cerca di fare ed i risultati che si ottengono.
“The love of the innocent” è una ballata molto lenta, idealmente una specie di crossover tra i Joy Division e i Doors più lisergici che si dirigono però verso il lato oscuro dell’universo onirico, quello venato di incubi che non cessano di tornare in mente, di antichi fantasmi dai quali le nostre esistenze non riescono a liberarsi.

Per informazioni: http://daviddroz.wix.com/the-bhd - http://manicdepressionrecords.com/artists.php?id_artiste=62
Web: https://www.facebook.com/pages/The-BHD-The-Black-Hotels-Doorkeepers/517420571630873
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