Lo Sconosciuto: Profeta in Patria

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Abbiamo avuto occasione di parlare, in passato, del progetto Lo Sconosciuto, moniker dietro cui si cela il pisano Federico Moi, eclettico polistrumentista, già attivo anche in altri progetti, che, nel corso del tempo, sembra aver accumulato in sé così tante idee, pensieri e visioni da doverli poi riversare all’esterno in una sorta di creazione composita che spazia fra i generi e gli stili, a volte sorprendendo, altre disorientando, senza  mai, però, annoiare o risultare inutile. Dopo Decalogo + 1, uscito nel 2012, Lo Sconosciuto si ripresenta in questi giorni con Profeta in Patria, contenente dieci tracce che recano la sua impronta abituale: i testi in italiano brillano per spirito di provocazione e, dal punto di vista musicale, impossibile individuare una direzione precisa, perché l’ispirazione pare spingere il nostro da più parti, in fuga dalla ‘globalizzazione’ dell’arte e dei modi di essere. Così non bisogna meravigliarsi per le aspre invettive di “Basta”, in cui, più che l’ironia, dominano malessere e rabbia, sottolineate anche dalle robuste sonorità rock. Subito dopo, “Primavera” rivela il legame con la tradizione del ‘cantautorato’ italiano, che unisce ad una ritmica briosa e una bella tastiera vivace, in inquietante contrasto con il tenore tutt’altro che allegro del testo. Nella breve “Attraversare”, dall’andamento ancora ‘frizzante’, emerge la vena ‘grottesca’ e un po’ folle de Lo Sconosciuto che, comunque, raramente suscita risate a piena gola, come ci si accorgerà ascoltando le parole; i riferimenti paiono qui risalire alla wave anni ’80, quella più scanzonata ed ironica: si pensi, per esempio, alla Neue Deutsche Welle dei Der Plan. Riferimenti analoghi si percepiscono nella successiva “L’orgia”, meno provocatoria e più cupa, come del resto in “Sempremeno”, uno degli episodi migliori, che trasuda fatalismo e amarezza paradossalmente resi ancora più difficili da ‘digerire’ dalle note accattivanti della chitarra. Devia verso il classico rock “Errare Umano Deve”, in cui si apprezza, in particolare, la voce femminile e, dopo la più malinconica “Portami a Ballare”, pervasa da un indefinito senso di rimpianto, ecco “Gugol”, un altro dei pezzi musicalmente più intriganti – qui la chitarra fa davvero un ottimo lavoro! – il cui testo tuttavia è dominato da un umorismo talmente acre da rivelare pessimismo severo e senza prospettive. Segnalo infine la conclusiva “Ex-Post” che si ricollega all’ispirazione già alla base de “L’orgia” e “Sempremeno”, cioè un arrangiamento apparentemente ‘sbarazzino’ che fa eco a parole intense ma dure e sfiduciate, in linea con quella che sembra essere la ricetta di Profeta in Patria: ironia e consapevolezza, sorriso e dolore di un songwriter molto particolare.

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