The Soft Moon: Deeper

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Deeper è il nuovo full length di The Soft Moon e, mi sento di poterlo già anticipare, uno dei miei dischi del cuore per il 2015. La carriera del signor Luis Vasquez pare non sbagli un colpo: i due album precedenti (The Soft Moon e Zeros) ci avevano conquistato facilmente, ma quest’ultimo lavoro è, a mio avviso, ancora più bello, più sorprendente, più maturo, si lascia ascoltare tutto di un fiato così com’è, senza un cedimento o un momento sprecato. Vasquez è forse l’unico, nel tempo che stiamo vivendo, a saper dare una versione della darkwave e generi affini che la fa sembrare qualcosa di nuovo, quasi l’avesse inventata lui. Questo, tra l’altro, senza neanche servirsi della contaminazione o utilizzare chissà quali inusitate influenze, ma sviluppando sonorità uniche che tali restano pur essendo state d’ispirazione per tanti. Ma vediamo in dettaglio. Apre “Inward”, pochi secondi di inquietanti sussurri e suoni ‘metropolitani’ ad introdurre la splendida “Black”, uno dei singoli dell’album, nella quale, a detta di tutti, si riconosce l’influsso della collaborazione con Trent Reznor: effettivamente, l’atmosfera ha proprio il colore dell’acciaio e, tra sibili e duri rumorismi e l’andamento pulsante, il richiamo ai NIN è abbastanza chiaro. Subito dopo troviamo uno dei gioiellini del disco, “Far”, della quale consiglio caldamente la visione del video: il brano è caratterizzato dal ritmo veloce ed incalzante e da ‘taglienti’ accordi di chitarra; onestamente sembra più vicino al synth-pop che all’industrial e, soprattutto, è un po’ diverso dal solito lo stile di canto, poichè la voce è assai più limpida e in rilievo, seppure con modalità assolutamente particolari, ma il risultato è davvero eccitante. Depressione a tutto spiano nella successiva “Wasting”, che introduce il filone più ‘melodico’: scenari scurissimi ed allucinati si ergono davanti a noi, tonalità fredde, per non dire agghiaccianti e ritmica più lenta ma certo non ‘fiacca’, un’opprimente sensazione di solitudine e timore sordo. Nulla da eccepire anche su “Wrong” che opta per forme ‘techno’ con passaggi di synth pesanti e ‘artificiali’ e dal taglio aggressivo e il canto dai timbri ‘robotici’, mentre “Try” ‘ripiega’, ricollegandosi idealmente a “Wasting” della quale riprende il mood malinconico. Ma poi si ascolti “De­ser­tion”, dall’andamento ‘affannato’, nonostante i freddi suoni dalle tinte ‘industrial’, la chitarra incredibile e la voce remota: uno dei pezzi più legati alla produzione precedente. Nuovo cambio di prospettiva con “Without”, in assoluto una delle mie preferite, dove l’inatteso, struggente pianoforte spiazza fin dall’inizio, nel suo introdurre una melodia triste e piena di pathos e la voce di Vasquez accorata e partecipe come mai si era sentita: si resta francamente senza parole. La successiva “Feel” riporta l’atmosfera ai soliti standard, accelerando il ritmo per un omaggio al post-punk classico con gradevoli sonorità ‘vintage’ e poi la title track ci regala quattro minuti abbondanti di catartiche percussioni tribali e disarmonie assortite dall’effetto decisamente ipnotico. Infine “Being” conclude con suoni sinistri ed aggressivi, resi ancor più cupi dall’ossessiva ripetizione di inquietanti parole – ‘I can’t see my face / I don’t know who I am / What is this place’ – un disco in cui non riesco a trovare un solo difetto, in buona sostanza un capolavoro.

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