Saint Vitus + Tundra

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Saint Vitus live - foto di Hadrianus

Luogo ameno, il Montello, un rialzo della crosta terreste che spinge lo sguardo oltre Treviso fino all’Adriatico. Una chiazza verde scuro sulla cartina, stradine che paiono venir inghiottite dagli alberi che le costeggiano e che paiono sparire nel nulla, dopo una curva. Mi fermo e scendo dall’automobile. Silenzio e frescura. E’ qui che i Saint Vitus piantano l’ennesima bandiera d’una carriera che è prossima (speriamo c’arrivino) a compiere i quaranta anni (se consideriamo gli esordi come Tyrant, ’78 o giù di lì). Tre quarti della formazione originale (Armando Acosta se ne è andato nel 2010, sostituito dall’ex Sourvein, e Spirit Caravan e Debris Inc., Henry Vasquez, l’uomo che ha iniettato nuova linfa nel sound terremotate dei SV), senza prime donne pronte a mandare tutto al Diavolo per soddisfare i propri demoni interiori. Quello che sente più l’età, e non solo, è Marc Adams, immobile sulla fascia sinistra, ma il suo basso è presente, sempre. Pulsa, torrente di sangue tumultuante. Chandler parrebbe u-gua-le a venti anni fa, è solo più scavato, più ingrigito, ma è l’anima del gruppo, lo spirito è saldo in un corpo fragile, perché l’età pretende il suo dazio. Lo sciamano e la sua chitarra, ascia che santifica un rito ancestrale, che cala sulla materia putrefatta spazzando l’altare, brandelli che schizzano ovunque, it’s time of doom, again.

Preceduti dai Tundra, il muro del suono che ti piomba addosso (no, non sei tu che ci sbatti contro…), due bassi e batteria, niente voce, i Tool persi nel deserto, parrebbe per precisa volontà più che per caso. Asfalto fuso, catarsi, stratificazione heavy perfettamente padroneggiata da un trio che ha scelto un basso profilo affinché l’ascoltatore si concentri solo sull’essenziale, la loro musica, distorta, compressa ed incompromessa (Coro, è stato pubblicato da Go Down Records nel 2014).

Terza volta di Scott Reagers (indossava una t-shirt degli Armored Saint!), l’uomo dietro al microfono di Saint Vitus e di Hallow’s Victim (con l’EP The walking dead pietre angolari del dark metal più autarchico), poi su Die healing del 1995, proclama doom fin dalla copertina, pubblicato dalla encomiabile Hellhound Records, quella che fu la casa dei dispersi Lost Breed, Unorthodox, Iron Man, Wretched (e dei Count Raven), manipolo di alfieri dell’heavy che non cicatrizza, ma ancor oggi continua a far colar plasma infetto dalle sue pustole. Il destino avverso, quello delle sconfitte, dei vessilli strappati, della polvere nella quale giacciono cadaveri senza nome ai quali nessuno riserverà un gesto misericordioso. Il margine estremo del music-biz, il cono d’ombra dal quale non si vuole uscire. Che ci entrino gli altri, se ne hanno voglia. Queste sono le sue canzoni (a parte le due di Born too late), litanie accompagnate dal sordo rimbombo degli strumenti che le sostengono, il cupo rumoreggiare della tempesta che s’avvicina, inarrestabile e terrifica nel suo annunziare morte e distruzione.

Il tour è agli inizi, giugno li vedrà percorrere l’Europa, compiendo un arco che li porterà dai Balcani al Baltico. Una pennellata nera sulla carta geografica, la reiterazione di un Culto ctonio, per adepti che non attendono altro. Un pugno di fedeli e rispettosi. Per quanto si legga spesso di rinascite, di nuove correnti, di filiazioni e deviazioni, il doom è questo, sia quando rallenta il ritmo fino allo sfinimento, sia quando lo aumenta portandolo alla depravazione motorheadiana. Dieci brani, gli anni della SST ripercorsi estraendo ossa dalle tombe di Saint Vitus e di Hallow’s victim, dopo la doppietta iniziale “Dark world”/”One mind” da Die healing, fino all’epilogo di “Born too late” (dal disco omonimo è stata tratta anche “Look behind you”, anche se dell’era-Wino non potevano mancare),

Chandler che scende dal palco, una spirale di dolore che ti avviluppa prendendoti dallo stomaco, salendo fino al cuore ed al cervello. Il vecchio lupo che va a ricevere il rispetto del branco. Tutto finito, chissà se ci sarà un’altra volta. Ma non è questo che conta, adesso, perché la storia dei Saint Vitus è stata incisa nel marmo, lapide dopo lapide, e non sarà certo il vento a cancellarla.

Locale ed organizzazione da menzionare. Gli piace e lo fanno bene. E va bene anche a noi.

Tracklist:

“Dark world” (da: Die healing – 1995)
“One mind” (da: Die healing – 1995)
“Zombie hunger” (da: Saint Vitus – 1984)
“War is our destiny” (da: Hallow’s victim – 1985)
“White magic/Black magic” (da: Saint Vitus – 1984)
“White stallions” (da: Hallow’s victim – 1985)
“Burial at sea” (da: Saint Vitus – 1984)
“Look behind you” (da: Born too late – 1986)
“Saint Vitus” (da: Saint Vitus – 1984)
“Born too late” (da: Born too late – 1986)
“I was born too late/And I’ll never be like you/And I don’t want to be like you” (da Born too late)

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