Dark: Dark

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Con un tale appellativo non possono certo pretendere immediate visibilità, questi tre svedesi devoti al verbo obscuro diretto discendente dei SoM ed interpretato (più o meno personalmente) da folte schiere di volonterosi epigoni. Il vocione profondo di Erik Molarin ricorda l’Eldritch più corrugato, citando in alcuni passaggi pure Nick Cave, anche se nei frangenti più melodici (e ce ne sono diversi) il riferimento più evidente (anche nella scrittura) va identificato negli immancabili The 69 Eyes. L’uniformità dei contenuti di Dark potrebbe costituire un ulteriore ostacolo ad una affermazione più ampia, relegandolo pertanto alla ristretta cerchia costituita da coloro che a certe sonorità non riescono proprio a rinunciare (una dipendenza che caratterizza anche il sottoscritto, lo ammetto), anche se “Gold” (l’anima di Johnny Cash che si libra a mezz’aria, benedicendo il terzetto), con la sua epica polverosa, e “Kval”, interpretata in lingua madre, si elevano decisamente al di sopra della semplice sufficienza. Le più scattanti “Incomplete” e “Distance” (sopra tutto quest’ultima) rimandano, per quanto riguarda la componente strumentale, ai The Mission, pur risultando più fragili degli anthem cari a Hussey e combriccola (la formazione ridotta non aiuta certo). Un ascolto lo merita, Dark, sopra tutto perché opera onesta, ove sincerità e passione sono gli elementi da considerare, più che fantasia o coraggio d’osare soluzioni più complesse. E se qualche spezzone di questi undici brani lo avrete sicuramente ascoltato altrove, pazienza. Finale appannaggio della lunga (dodici minuti circa) “Sarol’s song”, ove il complesso s’impegna maggiormente nella ricerca di soluzioni meno scontate. Riuscendoci peraltro, lasciando così aperto un pertugio dal quale filtra una scheggia di luce, guida per un futuro fatto di maggior audacia e minor deferenza nei confronti di troppo ingombranti Maestri.

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