Einstürzende Neubauten – Lament

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Foto di Luca Agente Morgeo

Evento imperdibile quello che ha visto la mitica band tedesca Einstürzende Neubauten eseguire sul palco dell’Ippodromo del Visarno di  Firenze la sua monumentale opera Lament, pensata, come si sa, per commemorare l’anniversario dei cento anni dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale e di cui, per altro, abbiamo parlato a suo tempo su queste pagine (qui). Lo show degli EN ha raccolto ovunque consensi: si sa che la musica contenuta nell’album Lament è considerata dagli interessati come inscindibile dalla rappresentazione live, divenuta così, per ammissione dello stesso Blixa Bargeld, un’incursione ancora più diretta nella dimensione teatrale, da sempre ritenuta di grande importanza dal gruppo. Nel caso dello spettacolo dell’altra sera, i nostri si sono davvero superati, offrendo al pubblico accorso numeroso un’occasione unica, sia sul piano musicale che su quello dei contenuti concettuali, e sorprendendo tutti per la ricchezza e la raffinatezza  di questa loro produzione ‘trasversale’. Del resto, lo studio che è alla base del lavoro è stato lungo ed accurato: come BB ha spiegato, sono state infatti necessarie approfondite ricerche storiche effettuate da un apposito team. L’affascinante risultato ottenuto dimostra dunque quanto i nostri non siano – e non lo sono mai stati – tipi da fare le cose a caso.

Foto di Luca Agente Morgeo

La serata – in tutta onestà dobbiamo dirlo – è andata praticamente alla perfezione. Location ordinata, pubblico disciplinato costituito prevalentemente da ammiratori, e perfino il caldo ha concesso una tregua, regalando a noi ed alla band nordica, che sicuramente avrà comunque sudato un bel po’, qualche alito di vento. Il gruppo è apparso composto e molto preso dal suo ruolo, in un certo senso, ‘educativo’; forse un filo meno comunicativo del solito ma non sprovvisto di quell’ironia ‘teutonica’ che l’ha sempre reso così particolare. Oltre ai componenti noti, sul palco Felix Gebhard alle tastiere e una ‘manciata’ di archi sotto la direzione di Jan Tilman Schade. Serissima l’espressione di Blixa mentre sventola i cartelli abbinati al brano di apertura, “Kriegsmaschinerie” ed il ‘collega’ Unruh aggredisce i suoi strumenti traendone ‘noise’ da paura, in un’esplosione di forza che attesta la fedeltà degli EN al loro stile abituale. Il messaggio è contenuto nelle parole che BB mostra al pubblico: la guerra è sempre presente, anche in tempo di pace. A volte esplode, altre sta ferma, come un mostro che riposa per tornare attivo in certi momenti. Se poi si vuole rendere ben afferrabile  il concetto, cosa meglio dell’ironia pungente ma sorridente con la quale i nostri ci ‘ammanniscono’ un inno nazionale in cui ne convergono diversi e dove si cambia lingua ogni due frasi, così che alla fine andrà bene per qualunque paese: la satira ben centrata della solennità e del patriottismo retorico si conclude con le espressioni derisorie tratte dall’inno “Heil Dir im Siegerkranz” dello scrittore Heinrich Hoffmann, autore di filastrocche e canzoni popolari, che suscitano una liberatoria risata. Ci si dovrebbe divertire ancora con “The Willy-Nicky Telegrams” che eseguono affiancati Alex Hacke nel ruolo dello zar Nicola e Blixa in quello dell’imperatore Guglielmo, se non fosse che il loro dialogo prelude ai mali futuri; poi, con “De Loopgraf”, su testo dello scrittore Paul van de Broeck, il carismatico frontman si cimenta nel fiammingo, la cui pronuncia ha dovuto apprendere per l’occasione, e di nuovo Unruh stupisce suonando uno strumento di sua creazione con corde di filo spinato. Uno dei nuclei dello show è “Der 1. Weltkrieg (percussioni version)” un profluvio di percussioni ossessive su tubi metallici, ciascuno a simboleggiare le nazioni entrate in guerra che vengono declamate ad una ad una;  ogni beat rappresenta un giorno di guerra in base ad un complesso calcolo matematico che, sì, ci viene spiegato ma, personalmente, non saprei mai ripetere. Una menzione particolare meritano poi i pezzi degli Harlem Helfighters, “On Patrol In No Man’s Land” e, poco dopo, “All Of No Man’s Land Is Ours”, dei quali vale la pena leggere con attenzione quanto raccontato nel libretto in distribuzione – per due euro – all’ingresso del concerto: si trattava, a quanto pare, di reparti di soldati neri americani diretti dai francesi, dei quali non avevo onestamente mai sentito parlare fino all’uscita di Lament, forse perchè lasciati in ombra dalla mentalità razzista già da quel tempo ben radicata negli States.

Gli EN hanno eseguito l’opera per intero, senza una sbavatura nè un cedimento; molti i momenti francamente commoventi come per esempio il brano ispirato al testo di Kurt Tucholsky, “How Did I Die”, o anche “Sag Mir Wo Die Blumen Sind”, la canzone di Pete Seeger che tutti conoscono però nella versione tradotta in tedesco resa famosa da Marlene Dietrich: entrambi sono stati ‘appannaggio’ di Blixa che vi ha posto ogni pathos possibile. Non è mancato poi il classico ‘ammiccamento’ ai fan e così “Let’s Do It A Dada”, tirata fuori nel finale, ha scatenato l’entusiasmo generale. La serata è stata dunque un evento che non potremo dimenticare facilmente. Ma c’è chi ha dovuto osservare quanto l’industrial degli EN sia ormai diverso dallo sperimentalismo geniale ed un po’ folle che ha caratterizzato le fasi più importanti della loro carriera. A questo proposito rimando ancora una volta al libretto dell’opera dove, proprio all’inizio, sono riportati stralci di un’intervista a BB realizzata nel settembre 2014 a Copenhagen: “I don’t want to be part of the avant-garde…”  dichiara ad un certo punto e le sue considerazioni in merito sono davvero di grande interesse.

Foto di Luca Agente Morgeo

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