Irfan: The Eternal Return

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A otto anni da Seraphim esce il terzo lavoro di questa straordinaria band bulgara, ispirata dal Misticismo, dal Contatto col Divino, dal Ritorno all’Uomo Primordiale che non aveva dimenticato il suo legame indissolubile con il resto del Creato.

Le atmosfere degli Irfan ricordano quelle dei Dead Can Dance, ma non si tratta di un gruppo che ne mutua le sonorità: semplicemente, quando ci si addentra in quelle ricerche sonore, quando si tratta di trasmettere con la musica le sensazioni che si provano sentendo il contatto con l’assoluto, le atmosfere non possono essere che pregne di sensazioni ipnoticamente eteree, mistiche, come le musiche che accompagnavano gli sciamani nei loro viaggi astrali o i danzatori sufi nel vortice estatico che eleva la loro coscienza.

Su tutto sovrasta la dolce evocativa voce di Denitza Seraphimova, che sembra un angelo che descrive e rievoca il Paradiso Perduto: una voce che, ne sono sicura, verrà ascoltata anche molto lontano.

Anche The Ethernal Return, il titolo dell’album e della prima traccia, è un indizio preciso, che li pone al di là e al di sopra dei gruppi con riferimenti esoterici (modaioli o sentiti): come sapevano gli antichi, i popoli delle origini, è l’uomo che deve indirizzarsi verso il Divino, cercare il contatto, elevarsi, e non invocare sulla Terra esseri che appartengono ad altre dimensioni. Se ci si lascia trasportare dai suoni, venati dalle sfumature orientali, vicine ai ritmi dei dervishi di Konya, la mente delle persone più aperte e sensibili può raggiungere uno stato vicino alla trance, nel quale appare tutto il simbolismo della loro musica.

Il mondo terrestre, rappresentato dalla voce maschile di Kalin Yordanov, e quello celeste, da quella di Denitza, quando si fondono in un canto corale rappresentano la potenza meravigliosa delle nozze tra Cielo e Terra: ciò avviene nella stupenda “The Cave of Swimmers”, che, ispirandosi alla caverna del Deserto del Sahara dove diecimila anni fa erano stati rappresentati dei nuotatori, ricorda la natura mutevole delle cose terrene, la necessità di rispettare e preservare il nostro mondo e gli equilibri tra tutti gli esseri viventi. Il cantato di Denitza è incomprensibile, non so se è in bulgaro o se utilizza dei semplici vocalizzi come Lisa Gerrard, ma ciò passa in secondo piano, perché la sua voce assume il ruolo di una guida, di una sirena benefica che con il suo canto ci chiama verso il mondo spirituale.

“Burana” è ispirata ad una località desertica e inospitale, ma anche lì si possono trovare tracce del disegno del Tutto, dove ogni cosa ha uno scopo e le prove servono a rinforzare lo spirito.

Segue un’ipnotica ed evocativa cover di “Seraphim” dei Dead Can Dance, gli angeli del coro dell’Elevazione, coloro che riescono a far divenire simili a loro gli uomini.

“Into The Gardens of Armida” ha lo struggimento dell’amore impossibile narrato da Torquato Tasso e allo stesso tempo esprime la tenace dolcezza dell’amore. Parla di una Terra di Mezzo, al di là del Mondo conosciuto, il Giardino di Armida, dove questo sentimento tenace e puro può germogliare e vivere, resistendo anche alla separazione e alla guerra.

“Ispariz”, spiriti nella Lingua Ignota della Von Bingen, dipinge il ritratto dei trapassati, in bilico tra la consapevolezza del Divino e i sentimenti che ancora li tengono legati al mondo: ancora una volta la voce di Denitza sembra evocare l’abbandono della Materia e l’Ascensione in cielo, caricandosi di note dolcemente melodiose.

“The Golden Horn” è una leggenda di Costantinopoli, la Terra che congiunge Europa ed Asia: in essa si possono rivivere le inquietudini dell’incontro tra mondi e approcci alla spiritualità diversi.

“Tebe Poem” è un’antica canzone religiosa bulgara, che come rivela il titolo stesso e le sonorità antiche che aprono il pezzo, ha anch’essa riferimenti a un’altra cultura, molto più antica, a indicarci che in fondo tutte le religioni, pur adattandosi alle capacità di comprensione del luogo e dell’epoca in cui sono nate, hanno in comune il messaggio delle altre sfere: armonia, nostalgia per l’armonia e il divino e l’esortazione a ricrearle sulla terra, per finire il nostro esilio.

“Day to pray”, l’unico brano di cui c’è il testo nel libretto, ricco di dettagli e referenze, descrive la preghiera come un rituale di purificazione ed elevazione personale, anziché l’adorazione o l’invocazione divina con cui viene solitamente associata questa parola. Le lacrime negli occhi di cui parla il testo sono provocate dall’emozione o dalla consapevolezza degli errori, delle nostre imperfezioni; l’umanità purificata è poi in grado di resistere alle tentazioni, alle scorciatoie che conducono fuori strada.

“Nehet” era il nome Egizio del Sicomoro, l’albero usato per la fabbricazione dei sarcofagi, che si credeva fosse situato all’entrata del Regno dei Morti. “La Signora del Sicomoro” aiutava i trapassati a salire la scala fino al cielo… Ciò che tentano di fare gli Irfan con questo album.

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