Savages – Ferrara sotto le stelle

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Jehnny Beth. Foto di Christian Dex

Bisognerebbe avere la penna di uno scrittore per descrivere degnamente l’evento cui abbiamo assistito, l’ultimo giorno di un luglio caldissimo, all’interno del Castello Estense di Ferrara. Pur lasciando da parte la bellezza della location, non è facile raccontare e trasmettere l’intensità, la forza, la grandezza e l’intelligenza di quattro giovani donne che hanno saputo travolgere un pubblico ormai smaliziato con la sola arma della semplicità, dimostrando che per essere speciali non occorre un palco megagalattico o altri artifici stupefacenti ma basta guardare la gente dritto negli occhi ed imporre le proprie regole con onestà ovvero: avere personalità. Le Savages non hanno fatto altro che arrivare e suonare con naturalezza – e con che potenza! –  il loro repertorio: luci bianche, niente abbigliamento particolare, nessun tentativo di risultare accattivanti o il contrario, ma solo esistere ed essere se stesse, qualunque cosa questo implichi. Per noi tutti ha implicato, quella sera, innamorarci di loro.

Prima del glorioso quartetto una band italiana, Giorgieness, di cui ben poco posso dire, purtroppo, dal momento che la ricerca di un parcheggio si è protratta, facendoci perdere la maggior parte dell’esibizione di questi ragazzi, sui quali dunque preferisco non pronunciarmi. Le Savages sono arrivate presto, giusto il tempo di risistemare la strumentazione sul palco… e la magia è iniziata. Apertura con “Shut Up” e “City’s Full”, un buon ripasso per chi ha amato Silence Yourself, il primo grandissimo album delle fanciulle. Camille aka Jehnny Beth è apparsa subito comunicativa e dotata di un’ironia provocatoria ma mai offensiva, che ha conquistato rapidamente i presenti, anche i ‘maschietti’, ai quali sono state indirizzate alcune frizzanti battute. Nel caso di Gemma la chitarrista e Ayse la bassista, in verità, non si può parlare di vena affabile, in quanto non hanno mai sollevato il viso dagli strumenti: ma il risultato del loro impegno è stato straordinario e l’atteggiamento schivo sembrava evidenziare l’implacabilità dei suoni che traevano dalle corde, soprattutto la bassista, spietata nel suo conferire alla musica quella ritmica ‘primordiale’ che è parte della sua ‘cattiveria’. Sono bastati pochi minuti, a Jehnny Beth, per impadronirsi del pubblico e renderlo suo ‘schiavo’ e il gioco del ‘vedo-non-vedo’ con la lampo del giubbotto – grazie al quale compariva ogni tanto il ‘profilo’ di un casto reggiseno nero – non sarebbe stato neanche necessario: la musica e un sorriso ammiccante, o il gesto delle mani con cui sfidava un interlocutore immaginario a raggiungerla sul palco, questo era sufficiente per farci sentire un po’ tutti ai suoi piedi.

foto di Mrs.Lovett

E’ stata poi la volta dei pezzi nuovi, quelli che in fondo attendevamo, visto che da un po’ circolano voci su un seguito di Silence Yourself, la cui produzione in studio è stata affidata al danese Trentemøller. Tra questi,  “Sad Person”, “Adore”, già eseguita di frequente e con molto successo durante i live, o “The Answer”, resa davvero aggressiva dallo splendido lavoro della batterista, la grandissima Fay Milton. Jehnny Beth sperimenta il contatto diretto lasciandosi sollevare dagli uomini della sicurezza per avvicinarsi ai fan e ‘cavalcare’ la loro emozione; la maggior parte del tempo si muove ballando al ritmo della musica, ma non come Ian Curtis: il suo stile è femminile e un po’ ‘felino’, molto nervoso e tirato ma anche intriso di una sensualità spirituale ed aggraziata estremamente particolare. Il culmine arriva poi con quei brani che ormai sono il marchio di fabbrica della band ed ecco “I Am Here” che, ancora una volta, ha offerto l’occasione per un ironico e sorridente scambio di battute – ‘I  Am Here, You are here? – “She Will” e, più di tutti “Husbands”, eseguita con un impeto ed un vigore quasi rudi, che sembrano alludere ad un dolore in qualche modo dominato ma non eluso, la forza che scaturisce da una vita intensa e ‘partecipata’ quanto può esserlo quella di una ragazza che ha forse trent’anni e un viso d’angelo, ma parla come se ci fossero alle sue spalle ogni tipo di esperienze ed asperità. Impossibile non sentirsi sommersi, anzi ‘colmati’ da questa musica fatta di carne e sangue, da questa voce che spesso è un grido di sofferenza ma anche di vendetta e libertà: l’atmosfera ribolle e, a quel punto, nessuno vuole sentirsi dire che è arrivato l’ultimo pezzo, anche se Jehnny Beth, con il solito sorriso un po’ sfrontato,  precisa che è ‘molto lungo’. E’ “Fuckers”, che spesso chiude gli shows delle Savages: lei mostra subito di conoscere la traduzione del titolo in italiano – stronzi! – e, sempre in italiano, precisa il senso di ciò che vuole trasmettere – non farti inculare! – scatenando l’entusiasmo cui di certo è già abituata. Il brano sì, è un po’ lungo, ma non quanto si vorrebbe: “Don’t let the fuckers get you down” ripetuto di seguito diventa urlo e preghiera, amore e odio anzi, una sorta di dichiarazione di guerra che dilaga ovunque, irrompendo nell’anima. Quando i suoni tacciono un breve saluto. Un’oretta di presenza, niente bis, niente uscite ulteriori, le quattro Savages se ne vanno rapide e silenziose così come sono giunte e, sorprendentemente, nessuno se la prende più di tanto: lo spettacolo cui abbiamo partecipato è completo e perfetto così e, se ci si sente un po’ tristi, è solo per il vuoto che Jehnny Beth e le altre hanno lasciato. Alla prossima, ragazze!

foto di Mrs.Lovett

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