The Last Dance: Ruins

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Band californiana già abbastanza nota, The Last Dance è nata negli anni ’90 per volontà di Rick Joyce e Jeff Diehm e ha, fin da subito, mostrato il proprio legame con lo stile new wave e post-punk. Dopo vari cambi di line up che hanno fatto evolvere il sound del gruppo in direzione di scenari decisamente cupi e gothic quest’anno è uscito l’album Ruins, il sesto, prodotto dalla Mystine Records in collaborazione con Strobelight records e con esso i nostri sperano di farsi conoscere anche in Europa. Il disco contiene tredici brani di livello ‘oscillante’, alcuni con sonorità un po’ ‘vecchie’ ma nel complesso si tratta di un lavoro di un certo interesse. La prima traccia, “Mesmerize” è già uno degli episodi più validi: il basso ha un suono davvero particolare e le note della tastiera hanno colori decisamente ‘gotici’, mentre la parte vocale è impostata in modo corale. Niente affatto male anche “Missing”, in cui è la chitarra ad essere massicciamente presente; “Katsong” incarna il prototipo classico di gothic, a cominciare dal riff che è proprio gradevole, e “Cages” rimane sulla stessa linea. Ma dopo, in “Still” prevale la vena melodica più sdolcinata, ulteriormente evidenziata dall’uso degli archi e dalla voce appassionata in abbinamento ad una sorta di ‘controcanto’ femminile, e, per quanto la successiva “Edge Of The World” torni ai canoni gothic/wave, l’impronta resta, da qui fino alla fine un po’ ‘ordinaria’, a parte, forse, “Thoughtless”, in cui si apprezzano il timbro intenso del canto, la chitarra ‘robusta’ e qualche bel passaggio al piano oppure le tonalità malinconiche e patetiche di “Rose” o ancora la conclusiva “Still Waters” che introduce un tocco ‘folkeggiante’ fatto di chitarra acustica, ritmica non aggressiva e melodia piacevolmente orecchiabile che a qualcuno farà ricordare gli Editors di buona fattura. Dunque, fatte salve le riserve del caso, a mio avviso a Ruins andrebbe data una chance.

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