A Tear Beyond: Maze of Antipodes

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Band vicentina in attività dal 2008, gli A Tear Beyond – Claude Arcano, Ian, Undesc, Vendra, Cance e Phil – hanno rilasciato quest’anno il secondo full length, Maze of Antipodes. Si tratta di sette tracce di sanguigno ed energico gothic rock/metal, con occasionali ‘inserti’ industrial che richiamano un po’ i Rammstein, per quanto privati degli aspetti  più ‘pomposi’ e dell’ironia di fondo che è ‘connaturata’ al grande gruppo tedesco. Non che gli italiani non abbiano anche lati teatrali: curatissimi nel look, i nostri sono famosi per i loro emozionanti show dal vivo, rifiniti in ogni dettaglio, tale è l’importanza da essi attribuita al piano visuale; tutto questo per offrire al pubblico esperienze che superino i limiti posti dalla semplice esibizione musicale. L’album di cui parliamo non può essere classificato come un ascolto ‘riposante’: la presenza di due chitarre illustra chiaramente l’impostazione, i ritmi sono normalmente sostenuti ma, nel complesso, l’insieme non riserva grosse sorprese. Così, dopo “Maze Of Antipodes”, l’intro di circa due minuti di cui si diceva, in cui le fosche sonorità orchestrali  introducono un clima di sinistra aspettativa, parte alla grande “Flies and Ravens”, con chitarra rimbombante, canto ‘oscuro’ abbinato ad inquietanti voci in secondo piano: in pratica, tutto il repertorio del gothic metal che si possa desiderare, con esiti davvero trascinanti. Ci si muove sempre in canonico ambito metal con la potente – ma con passaggi assai struggenti! – “The Human Zoo”, che punta su un ritmo meno frenetico e più solenne come, del resto, “Forgiveness”, che che insiste sui momenti melodici e ‘orchestrali’ senza trascurare i passaggi ‘scream’ anche di notevole impeto. Così, mentre in “The Colors of Sky and Earth” si introduce la voce femminile allo scopo di far lievitare l’emozione, con “Behind the Curtains I’m Dying” si raggiunge l’acme di quel clima tipicamente gotico che è il marchio di fabbrica del gruppo e nel quale si ritrova l’affinità con i Rammstein che alcuni non hanno mancato di evidenziare; in ogni caso, Claude Arcano qui si fa qui veramente onore. Infine, la decadenza un po’ ‘malata’ di “Absinthe’s dirge (Requiem bonus)”, percorsa per intero da un suono in sottofondo che somiglia al fruscio di una puntina sul disco: il testo in italiano recita parole funeree, pronunciate da Claude Arcano con grande pathos, e vi si percepisce una cupa ‘aura’ d’altri tempi. Maze of Antipodes, in conclusione, presenta diversi spunti originali che, per la band, varrà certo  la pena sviluppare.

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