My Dying Bride: Feel the misery

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In una recente intervista rilasciata ad un noto magazine musicale nazionale, Greg Anderson affermava la centralità della componente liturgica del doom. Genere che vive uno stato di esposizione inimmaginabile solo qualche anno fa, al quale fa da contraltare la sensazione di legittimo smarrimento che i più addentro alla storia della musica del destinto provano, posti dinanzi ad una considerevole messe di uscite che non trova in casi numerosissimi equivalente riscontro qualitativo. Fra progetti che sorgono dal nulla, o dalle ceneri ancora fumiganti di precedenti esperienze, e che altrettanto velocemente si esclissano, rimangono in pochi a tenere alto il vessillo, vedasi l’impegno di Gary Jennings, uno che, dissolti i seminali Cathedral, non si è certo lasciato corrompere dall’ozio e, prima coi Death Penalty, poi coi Lucifer (quanto ha giuovato la sua vicinanza alla Sadonis, che con le Oath, al di là di una curiosità eccessiva, non ha lasciato solchi evidenti dietro di sé) ha profuso tutta la sua sapienza maturata in anni di letture assidue dei grimori sabbathiani. Ma il deserto d’idee e di contenuti è assai vasto, ed allora l’esigenza di azzerare tutto, di tornare alle formulazioni primordiali e riscoprire le fondamenta si rivela ben più che una semplice esigenza, per quanto urgente. Non bieco impeto restauratore, semplicemente riappropriarsi dei valori primordiali del doom. La copertina di Feel the misery è ornata dall’immagine della vetrata di una qualche cattedrale gotica. Un cristianissimo gesto d’amore e d’accoglienza che la figura centrale vuole offrire ai sofferenti sullo sfondo. La carità intesa non solo come atto materiale, bensì anche di condivisione di stati d’animo. Un’iconografia classica, sopra tutto per i complessi europei, meglio se anglo-sassoni. “Black age blues” dei Goatsnake è introdotto dal dipinto di una chiesa immersa nel buio della campagna del Sud degli Stati Uniti. Concretizza la visione americana del doom, quella figlia di Trouble, Pentagram e St. Vitus, pronta però a fare propria la lezione portata d’oltre-oceano, e meravigliosamente interpretata da Penance, Revelation e compagni di viaggio. Il doom che abbraccia il blues, gli sterminati campi di contone irrorati dal sole, il caldo e l’umidore che tutto impregna. L’orgoglio del red-neck che, fra le mura di pietra del tempio spartano che ospità la sua comunità, piega la testa in un estremo gesto di umiltà, e scioglie il suo animo nella preghiera per un domani migliore.

Feel the misery segna il primo quarto di secolo di vita del combo di Halifax, e pure il rientro tra i ranghi Calvin Robertshaw (fuoriuscito ai tempi di “The light at the end of the world”, 1999), il quale si ricongiunge con gli altri due membri fondatori Aaron Stainthorpe ed Andrew Craighan rifondaando un nucleo inossidabile che trova nei domestici Academy Studios di Dewsbury, ove le otto tracce del disco sono state registrate, il ricetto ideale, la cella ove isolarsi, condividere e mettere a punto le idee, l’ispirazione; ancora il fido Mags ad occuparsi del mixing, ulteriore prova di quanto sia importante il senso profondo della tradizione per i MDB. Ma questa è la cronaca, necessaria per fornire qualche spunto in più, come la statistica, che segna il dodicesimo comma (ma contando il ponderoso “Evinta” siamo a quota tredici, ed io seguo questa numerazione) dell’onorata carriera degli albionici.

Un albo che si apre con tre episodi imponenti, i quali da soli sommano circa la metà del minutaggio totale, e che gettano un ponte col passato rappresentato da “The cry of mankind” (opener gloriosa di “The angel and the dark river”, a. D. 1994). Le nuove tavole della Legge del doom scolpite nel marmo più puro dall’autorevolezza che solo coloro che giustamente sono definiti i Padri del gothic-doom possono vantare. Un titolo legittimo che condividono con i Paradise Lost (ora che gli Anathema sono definitivamente approdati ad altri lidi), anch’essi freschissimi della pubblicazione di “The plague within”, su queste istesse pagine oggetto della competente e puntuale analisi della graziosa collega Mrs. Lovett. Titoli nobili ma pur gravosi, che pongono questi complessi nella condizione, assai scomoda invero, di dover ad ogni nuova testimonianza confermare la propria inscalfibile grandezza.

“And my father left forever” apre la track-list, titolo immaginifico per una canzone solenne, fra le chitarre che cavalcano destrieri nervosi dalle froge frementi e le note lamentose del violino, trame death-doom sorrette da una sezione ritmica inscalfibile. Lo svolgimento non presenta sostanziali novità, ma l’acutezza del sestetto è tale che l’ascoltatore si sorprenderà, ancora una volta, ad ammirare l’arcana beltade di questa serie di segni impressi nella memoria ancestrale del narratore, e da questi consegnati ad Ere intramontabili. La condivisione, alla quale prima accennavo, tra Maestro ed allievo, vecchio e nuovo che si prendono per mano, complici di un cammino lungo e dalla meta non ancora stabilita. In “To shiver in empty halls” le sei corde (strumento principe del metal, non dobbiamo scordarcelo mai!) insistono su un tema crepuscolare, cedendo spazio nella porzione finale allo spirito più umbratile del combo, che qui manifesta affinità cogli Anathema del capolavoro “The silent enigma”. “A cold new curse” teorizza l’elaborazione del lutto, la consapevolezza che non può esserci rimedio alla perdita, sopra tutto di ciò che si ha più caro. “Feel the misery” è posta in quarta posizione: essere la title-track significa dover condensare il messaggio, renderlo coprensibile; lo fa con un impianto strumentale imponente, con uno Stainthorpe salmodiante, poi una inattesa apertura melodica spezza la tensione. Il canto invoca clemenza, ancora accompagnato dal fedel violino, la liturgia del doom, alla quale mi riferivo in aperura di pezzo, viene legittimata dall’emozionale chiusura, così intensa e coinvolgente. Il basso pulsante di “A thorn of wisdom” rimanda a quella epica vesperale  che il goth inglese ha fatto propria: cavalcata notturna con sullo sfondo il limbo squarciato da lampi che incutono nel villico il timore riverenziale per ciò che non si conosce e pertanto non si può comprendere. La paura dell’ignoto… “I celebrate your skin” è una classica piece a-la MDB: alternanza di voce pulita e growl, basso e batteria scandenti un ritmo processionale, le consuete presenze di violino e chitarre caratterizzano un motivo che parrebbe estratto dagli archivi polverosi che il complesso custodisce con cura gelosa. Un coro si leva da un chiostro, le campane rintoccano, l’organo soffia… “I almost love you” per piano, violino e voce ci sorprende ingiocchiati dinanzi alla povera tomba di uno sconosciuto, una prece come saluto, più che moto di compassione. Siamo giunti al termine. “Within a sleeping forest” chiude Feel the misery, e lo fa coi suoi undici minuti scarsi, piece de resistance alla quale i sei di Halifax ci hanno esercitato. La bravura di un insieme che ha saputo attraversare gli ultimi cinque lustri di storia della musica estrema (anche con qualche incertezza, ma sono esseri umani pure loro) si afferma nuovamente anche in episodi come questo. La consapevolezza che ciò che si propone è Arte, e l’umiltà colla quale si affronta una tale materia, sono virtù che appartengono solo agli animi forti. Una posizione conseguita col sacrificio e con la continuità, resa inattaccabile da una capacità di comporre e di esporre il proprio costrutto che non ha molti pari. Fedeli ad un verbo che non ammette variazioni ad un canovaccio rigidamente stabilito, hanno saputo sfidare le convenzioni inserendo elementi che, se ora sono comunemente accettati, all’epoca (pensate ai primi anni novanta, alle gerarchie del metal che parevano inattaccabili, alla reiterazione di formule alle quali si doveva assolutamente ricorrere, pena l’accusa di eresia) erano considerati inutili, peggio deleteri, in quanto portatori di melodie risibili. Il grind ha minato le fondamenta della fortezza di Valusia, dal suo putridume è nata una nuova generazione di esploratori, che negli anni ha però rischiato di cadere negli istessi errori che minacciarono d’estinzione il genere, ovvero l’autoreferenza e l’appagamento. Lee Dorrian ha saputo far proprio il lascito dei Black Sabbath ma non solo, ha assimilato la bellezza arcana del folk, piantando i suoi semi in un terreno reso fecondo dalla curiosità, dalla voglia di apprendere. I MDB portarono alla luce altre esigenze, affermandole con “Symphonaire Infernus et Spera Empyrium” e con “As the flowers whiters”, il loro esordio lungo. Al’epoca, termini come avant-garde e gothic-doom, più tardi volgarizzati dal solito procedimento di trituramento che il music-biz opera con qualsisia impulso che faccia balenare una parvenza di facile guadagno nella mente obnubilata dai bilanci dei rapaci manager che infestano come gramigna l’industraia discografica (giunta per i suoi stessi errori ad uno stadio terminale…), allora erano proprietà di pochi carbonari. Venticinque anni sono trascorsi da quei primi, lontani vagiti di una creatura che ha saputo crescere e rinforzare la propria struttura, giungendo infine ai giorni nostri fronteggiando ancora nuove e più probanti sfide. Laggiù, nel fitto della foresta, s’apre una radura, ove sei monaci seduti in cerchio stanno consultando un vecchio tomo sdrucito. Lo conservano con cura, in un astuccio intarsiato ricavato dal legno di una vecchia quercia che vide sfilare sotto le sue ombrose fronde le glorie d’Albione. V’è in quelle pagine ingiallite iscritta in caratteri eleganti la cronaca d’un Tempo che pare lontano, quando quegli istessi sei coraggiosi s’industriarono per edificare un delubro divenuto ora meta del pellegrinaggio di torme di fedeli seguaci. Ma loro sanno che il domani potrebbe riservare rovesci ed anni di miserie, e sono pronti. Feel the misery, la liturgia del doom non si officia con vestimenti sfarzosi, con tripudi di incensi e di paramenti, bensì accontendandosi d’un ben modesto saio. Il senso profondo di una musica che celebra il Destino, quello avverso e più spietato, ma dal quale sorge sempre la Speranza.

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