Artica

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Un’infinita distesa immacolata, cristallizzata dal vento gelido che instancabile la flagella. Artica. Il sole pallido che distende i suoi raggi, una lastra di ghiaccio sulla quale si schiantano, frangendosi in mille direzioni. Colori che risvegliano l’animo, ma che presto si spengono. E ritorna il buio.

Sto ascoltando “7 anni”, che il gruppo romano ha messo a disposizione di affezionati e di curiosi tramite Soundcloud. Fa parte di un lotto che comprende altri sette brani: “Marea” dalla prima demo, “Trema”, “L’oscurità”, tutte del 1992. Poi “7 anni” appunto, che è la loro prima canzone composta, “Zarmina” che non trovò spazio su Plastic terror. Eppoi le più celebri “Indomita” (un classico del loro repertorio), “Plastic terror” (la mia preferita, perfetta nella sua struttura così ricca di sfumature), e la cover rispettosa di “Caucasian walk” dei Virgin Prunes (tratta dal tribute-album che Radio Luxor dedicò agli irlandesi nel 1998). Un maelstrom di emozioni scatenato dal fluire delle note che martellano la mia testa, erompendo dalle cuffie.

Aggiunta recente è “Boemia”, scritta a cavallo tra ’90 e ’91 in treno, percorso Praga – Roma. Traccia molto bella (da Natura), coi violini che s’intrecciano alle chitarre, la voce femminile che si leva da anfratti nascosti alla vista, mentre quella virile pare descrivere il paesaggio che s’intravede da una finestra (e che fugge via). Una terra straniera, ma questa è sovente la condizione di ogni uno di noi. Stranieri, appunto.

Venticinque anni, tanti sono trascorsi dalla “prima” ufficiale dal vivo di Alberto Casti e compagni, al C.S. “Zona rischio” della Capitale. Anzi di più, perchè avvenne nel dicembre (l’otto) del 1989. Chissà cosa stavo facendo, quella sera; di certo ero in casa, stanco dopo una lunga giornata di lavoro (ero impiegato in un negozio, allora… Le prime aperture festive). E sicuramente mi teneva compagnia la musica. Sisters? The Mission? Christian Death? Probabile.

Un filo che unisce sensazioni, ricordi. È questo il Tempo, che nella tundra non pare scorrere alla stessa velocità che qui “da noi”, nei nostri paesi “civilizzati”. Artica, dove le giornate sono tutte eguali, scandite dalla luce, poca o troppa a seconda delle stagioni.

Gli Artica ritornano. Se mai si sono fermati davvero. Almeno non nello spirito di Alberto Casti, ne sono certo. Sono già al lavoro su un nuovo disco, su nuovi brani, affidando al sito (articaweb.eu) il compito “istituzionale” di diffondere le novità e di tener aggiornati gli appassionati fedeli dell’insieme.

Ma in venticinque anni si cambia, e non è solo l’età ad avanzare inesorabile. Esperienze che si accumulano, nuovi impegni, sempre più pressanti, la percezione del futuro che muta, dipartite, arrivi, spazi che si assottigliano, altri invece che si allargano davanti a noi, nuove prospettive che magari, solo una manciata di mesi prima, parevano semplicemente illusorie. Bilanci che si chiudono, non sempre definitivamente, però. Rimangono aperti spiragli che aspettative spesso allargano fino a farli concretizzare in nuove realtà. Eppoi, magari, i sogni che finalmente si realizzano.

Gli Artica sono sempre quelli, o quasi, di venticinque anni fa (non c’è più Michele Mariella, al suo posto l’ex-Diniego Federico Marigliano). Quelli che diedero il via a questa piccola epopea, fatta di impegno, di euforia, di speranze disattese, di prove, di concerti realizzati ed altri mancati, di cadute e di rincorse. E, sopra tutto, di grande amicizia. Quella sì, quella vera.

Alberto Casti – Artica

La più classica delle genesi: il progetto Artica nacque tra i banchi di un liceo, forse non eravate nemmeno tutti maggiorenni… Accadde anche per altri, nel vostro caso quale fu la scintilla che diede poi origine a (mi piace ripetermi) “questa piccola epopea”? Perché un gruppo di ragazzi decide di dar vita ad un gruppo “rock”? La musica era già per voi (immagino che si riflettesse anche nell’aspetto, nel “look”…) un elemento di distinzione?

Posso raccontarla dal mio punto di vista. Era il 1985, avevamo quattordici/quindici anni. A scuola girava voce che io fossi un musicista particolarmente dotato. Questo grazie alla battuta di un amico da cui prendevo lezioni di chitarra e che evidentemente non voleva cogliere l’invito ad entrare a far parte di qualche gruppetto in via di costituzione. L’attenzione fu quindi dirottata su di me anziché su di lui. In realtà non ero affatto talentuoso. Avevo cominciato a suonare molto presto, ad otto anni, ma il mio maestro mi aveva indirizzato verso lo studio della chitarra folk-blues con l’idea che era più importante divertirsi che farsi venire la gobba sugli spartiti. Così continuai a suonare anche grazie all’insistenza di mia madre che a lezione certe volte mi ci doveva portare tirandomi per le orecchie. Fosse stato per me dopo aver imparato a fare il giro di do o poco più mi sarei considerato appagato e avrei impegnato la mia creatività in altre faccende. Fortunatamente non è andata così. Tornando a quell’anno, ricordo che venne da me Stefano, di un anno maggiore, dicendomi “ho sentito dire che sei un bravo chitarrista, stiamo formando un gruppo, che ne dici di suonare con noi?”. La cosa mi terrorizzò, misi subito le mani avanti dicendo che sapevo malapena strimpellare e lui mi rispose qualcosa del tipo “guarda che mica dobbiamo suonare a Wembley…”. Così ci trovammo in sala prove io, lui, Michele che era in classe con me e all’epoca stava prendendo lezioni di chitarra e tale Stefano Santangeli che era in classe con Stefano e suonava la tastiera. Due chitarre e due tastiere. Poi Stefano cominciò a tamburellare e scoprì la sua vera vocazione. Stesso dicasi per Michele che passò al basso. Fu quella la formazione allo stato “larvale”. Furono anni di cover di ogni genere e stile che crearono il substrato per quelli che sarebbero diventati poi diversi anni dopo gli Artica. Santangeli uscì dal gruppo per inseguire altri progetti musicali (Deviate Ladies, Holylore e oggi Into The Mist) mentre nella nostra band confluivano altri due miei compagni di classe, Gabriele alla seconda chitarra e Massimiliano alle tastiere. Sul perché molti ragazzi tendono a dare vita a gruppi musicali direi che le ragioni possono essere diverse: energia creativa, bisogno di autoaffermazione, rifiuto cosciente o inconscio di un certo modello di società… Noi abitavamo in due quartieri confinanti, Don Bosco e Cinecittà, che obiettivamente non avevano granché da offrire. La musica, come lo sport era una vita di uscita. Abbiamo avuto la fortuna di trovare una dimensione nostra e la forza di continuare ad alimentarla. In un modo o nell’altro gli Artica sono stati una salvezza per molti di noi, altrimenti “condannati” a una noiosa vita di staccionata, che per altri si è trasformata in droga, delinquenza e morte… Il look nel nostro caso non è stato mai esasperato. È stato a sua volta una forma di comunicazione nata parallelamente al progetto musicale e alimentata dagli ascolti dell’epoca e dall’effetto che questi avevano sul nostro modo di essere. Ma non abbiamo mai dato molta importanza all’aspetto teatrale, probabilmente anche sbagliando. Ma tant’è…

I vostri ascolti comuni: suppongo i “grandi noti” dell’epoca, ma ricordi anche qualche insieme “minore”, magari non prettamente dark/goth? Condividevate fra di voi (e con altri) questa vostra passione? V’erano scambi di informazioni, magari di cassette/registrazioni?

Guarda, se faccio il gioco di mandare play random dieci volte il mio riproduttore mp3, ecco il risultato : 1. “Special K” dei Placebo, 2. “Too drunk to fuck” dei Dead Kennedys, 3. “We used to Wait” degli Arcade Fire, 4. “Sunday Song” degli Unkle, 5. “The Kiss” dei Cure, 6. “Black Noise” dei Nine Inch Nails, 7. “Husbands” delle straordinarie Savages; 8. “10.000 Days” dei Tool, 9. “Stealing cars” di Nadine Shah 10. “Needles” dei System of a Down. Al momento gli ascolti goth sono limitati a poche reminiscenze od a qualcosa di insolitamente “nuovo”. La nostra attenzione musicale è sempre stata estremamente varia nell’ambito della musica alternative rock, metal o indie e continua ad esserlo. Personalmente sono molto selettivo. O una traccia mi regala una qualche emozione o per me è da cestinare. Non mi metto a fare l’analisi tecnica delle varie partiture. Ma non sopporto neppure la musica buttata là, suonata con approssimazione o peggio ancora con volontaria imprecisione perché così “fa punk”… Tra gli Artica abbiamo sempre avuto e abbiamo tutt’ora uno scambio abbastanza costante di materiale musicale, ma ovviamente i generi vanno ben oltre il gothic che si è ormai cristallizzato e ha ben poco da dire. È tutto uno scopiazzare, un mascherarsi, uno stropicciamento di culi, tette, porno vampiri con le lenti colorate e l’adipe tatuato, senza creatività, senza intuizione, senza ricerca. Ormai per riconoscere una band dall’altra sono costretto a usare Shazam. E chi in qualche modo si distingue e rompe lo schema con cocciutaggine per decine e decine di anni riesce infine a ritagliarsi la sua fetta di estimatori, come è successo a noi. Viceversa anche chi avrebbe qualcosa di interessante da dire, si trova a soccombere nell’anonimato sopraffatto dal chiacchiericcio di chi vuole soltanto stonarsi con la drum machine e la distorsione di qualche loop acido accompagnato dai giusti grugniti. Una vera tristezza.

Come vi ponevate nei confronti degli altri vostri compagni di classe/d’Istituto? I genitori, gli insegnanti, furono per voi d’incoraggiamento ovvero tentarono d’ostacolare le vostre aspirazioni?

A scuola nessuno ci ostacolò in alcun modo. Eravamo ragazzi tutt’altro che “anomali”. Sorridenti, scherzosi, integrati e godevamo di una certa stima tra i nostri compagni di liceo se non altro perché avevamo il coraggio di salire su un palchetto e urlare in un microfono quello che volevamo. A conti fatti i miei genitori guardavano agli Artica con una certa neutralità. Meglio certamente avere un figlio rockettaro che drogato. Mia madre in fondo credo abbia ammirato la mia determinazione e la mia dedizione alla musica. Le note del pentagramma e l’arte in genere sono sempre state di casa nel suo ramo famigliare. Mio padre era invece figlio di un minatore e la musica, semmai l’ascoltava alla radio. Come è forse giusto che sia quando volavo troppo in alto, cercava di portarmi coi piedi a terra. Sapeva, per la profonda ammirazione che provavo nei suoi confronti, che se mi avesse sostenuto sin dall’inizio mi sarei buttato in questo progetto anima e corpo, dovendomi poi confrontare con un mondo duro, difficile, che illude e delude. Non mi appoggiò insomma, ma neanche e mi fece la guerra. Ma era lui che mi lasciava giocare con i registratori a nastro, quelli che utilizzava per le interviste. Io registravo e mi riascoltavo. Prima le parole, poi le prime strimpellate di chitarra. Credo sia cominciata a nascere allora la mia passione per la composizione musicale.

Ripensando agli anni degli esordi, cosa ti porti ancora dentro di quell’epoca?

Personalmente sono ancora troppo proiettato verso il futuro per guardami alle spalle. Non ho grandissimi ricordi da spolverare, né da rimpiangere. Gli Artica sono in una dimensione atemporale, quel che è stato è in ciò che deve ancora arrivare. Venticinque anni fa, certo, eravamo una potenza in divenire con un futuro tutto da immaginare. Oggi parte di quel futuro si è esaurito, ma abbiamo ancora il piacere di dire quello che vogliamo, come vogliamo e con i nostri tempi. È una bella conquista che ci lascia carta bianca anche per gli anni a venire.

Marea vi pose subito all’attenzione della critica, non solo italiana: cantavate in madre lingua, vostro tratto distintivo anche in futuro. Fu una scelta dettata dalla necessità o dalla volontà di rendere le vostre liriche immediatamente percettibili? Avete tenuto subito conto della contropartita che avreste potuto subire, ovvero una minore visibilità all’estero?

Credo che Plastic Terror, l’album nel quale per la prima volta sono comparsi brani in inglese, non abbia sortito più successo dei precedenti due, perciò direi che a conti fatti la lingua è ininfluente in termini di diffusione.



Ed alla prova dei fatti l’italiano non compromise affatto la diffusione della vostra musica, come attestano le partecipazioni a compilazioni messe a punto da etichette straniere prestigiose e conosciute quali Apollyon e Jungle Records.

Credo che proprio perché in principio ci proponevamo nel nostro idioma riuscivamo a destare curiosità anche all’estero. Ai tempi di Naturaricevemmo consensi dal Giappone, dall’Australia, dagli USA… cantando in italiano. Un po’ come succede oggi agli She Past Away che cantano in turco, ma piacciono in tutta Europa. Insomma, all’epoca quella dell’italiano non fu un’esigenza, era spontaneo. Il passaggio all’inglese ci ha aperto semplicemente nuove vie espressive ed oggi non ci precludiamo alcuna strada. Del resto nella nostra storia abbiamo cantato anche liriche in latino ed in tedesco… La lingua è il mezzo, è una tinta diversa, non la sostanza.

Del 1994 è il secondo demo Dahlia, e l’attività degli Artica s’intensifica; ancora compilation, ancora concerti…

Dahlia rappresentò un salto, una svolta stilistica. Il gruppo trovò definitivamente una sua dimensione e coesione. Quello che accadde all’esterno non era altro che il riflesso del nostro entusiasmo. Anni in cui mentalmente eravamo totalmente proiettati nel dare visibilità al nostro progetto. Personalmente avevo trasformato la mia camera in una sorta di ufficio dal quale scrivevo lettere, inviavo materiale promozionale, stabilivo contatti… Se ti muovi, se hai tempo e capacità di farlo, le cose accadono. Di questo ne sono fermamente convinto.

Fino all’esordio “ufficiale” su CD, Ombra e luce su Nyctalopia, etichetta tedesca, la patria adottiva del goth più tradizionalista. Come entraste in contatto con Mingi? Cosa provaste la prima volta che teneste fra le vostre mani l’oggetto che concretizzava i vostri primi anni di vita come gruppo?

Fummo messi in contatto con Mingi da un amico comune. Ma quella con la Nyctalopia non è un’esperienza che ricordiamo con piacere. Così come quella con Radio Luxor per Natura. Da quelle situazioni economicamente non ricavammo neanche una lira, lo stesso dicasi sul piano prettamente manageriale. Fortunatamente avemmo almeno la soddisfazione di una buona distribuzione. Soprattutto con Nyctalopia in Germania. Avere per la prima volta in mano un CD degli Artica fu una grande emozione. Non dimentichiamo che eravamo nei primi anni ’90… Quando  si registrava in studio con Tascam a bobine e l’hd recording doveva ancora diventare la regola…

“Oh Oh,!! Finally one of the Top Italian Goth bands released their biggest desire…”, incipit della recensione ad Ombra e Lucepubblicata sul numero 6 di Under the black rose. Desiderio… condividi le parole del recensore?

Sicuramente venti anni fa realizzare un album era un obiettivo molto meno alla portata quindi più ambito. Direi che sì, per noi era un grande desiderio. Ma non il più grande. L’autore della recensione era Stefano Sciacca che all’epoca frequentavo spesso perché collaboravo al suo magazine. Deve aver partecipato in prima persona alla mia impazienza…

Ma il rapporto con Nyctalopia non ebbe seguito, e Natura uscì per Radio Luxor. Cosa accadde tra voi e Mingi? Perchè vi accasaste con Radio Luxor? Non incidere più per una etichetta così importante costò rinunce? Entraste in contatto con altre label?

Fondamentalmente fummo lasciati all’oscuro di vendite e distribuzione e non vedemmo mai una lira. Peggio di così… Mingi provò anche a proporre la produzione di una seconda uscita, ma rifiutammo. Il seguente incontro con Radio Luxor avvenne sull’onda di un rapporto precedentemente instaurato da me con Max Medagli. All’epoca editava la rivista “Ende” che mi vide a più riprese ospite con alcuni scritti. Mi disse che aveva pensato di fare un’etichetta e accettammo la sua proposta di produzione. Forse con un po’ di leggerezza, ma il suo entusiasmo ci sembrò una ragione sufficiente in un mercato asfittico come era quello italiano di quegli anni. Le uniche altre label che conoscevamo erano all’estero, ma l’esperienza con Mingi ci aveva reso diffidenti circa l’instaurare rapporti a distanza.

Il disco venne poi ri-pubblicato dalla Decadance Records nel 2003, la stessa che poi fece uscire Plastic terror tre anni più tardi; in una intervista a Ver Sacrum del 1995 (curata dalla brava Nathalie C.), ponderaste le differenze fra il “mercato” discografico italiano (di fatto inesistente allora come oggi, in ambito goth) e quello, già florido, tedesco, del quale Nyctalopia era una rappresentante importante. Perchè non siamo mai riusciti a colmare questo evidente “gap”? Incapacità a livello organizzativo, la “solita” faciloneria della quale veniamo tacciati, o semplicemente croniche mancanza di fondi e/di coraggio d’investire in certe situazioni?

L’industria discografica alternativa in Italia è sempre stata frammentata in una miriade di settori  in cui nessuno si parla e ognuno va avanti per la sua strada: i dark con i dark, i punk con i punk, i metallari con i metallari… Ai concerti ci si trova così con i soliti quattro gatti. Per di più se sei un gruppo come noi, che definirei “non ortodosso”, rischi pure di beccarti qualche critica anziché un pubblico cross-over.

Natura, anno 1997, affianca a brani “tipicamente” Artica (“Crocifissione”) altri episodi quasi “progressivi” nella loro intelaiatura, e l’uso delle tastiere e del violino concorrono a rafforzare questa che è più di una semplice impressione “a caldo”. “Giardini” pare una scheggia del Balletto di Bronzo o dei Goblin, per quella sua intrigante e sinistra atmosfera che “profuma” d’antico, i ritmi serrati di “Inferno”, il cantato in latino e l’aura di magniloquenza evocata dalle tastiere e violino (ancora loro) richiamano gli invece gli oscuri e mai troppo lodati Requiem di Mario Di Donato. Dark-metal progressivo? E poi la porzione finale, chi ebbe l’idea di inciderla al contrario? Ci puoi svelare il testo?

Non dovrei dirlo io, ma Natura è obiettivamente un esempio di coraggio. Dark-metal progressivo mi sembra la descrizione più calzante. È un vero macigno, con brani che non cedono su nulla. Sembrano dire: “Ti piace? Bene; non ti piace? Peggio per te”. Tracce lunghissime che assalgono e non danno respiro. Ricordo che nessuno di noi, terminate le registrazioni, riuscì ad ascoltare l’intero album per lungo tempo. Ma a distanza di tanti anni non possiamo che andarne fieri. Non ricordo chi ebbe l’idea di inserire una porzione al contrario su “Inferno”, forse insieme, in studio. Si tratta dell’epitaffio finale di “Preghiera”, traccia contenuta nel primo album.

Eppoi l’aspetto non trascurabile dei concerti. E’ forse in questo che ci distinguiamo per un certo… dilettantismo, se non nell’impegno, sicuramente nell’approccio e nell’organizzazione. E fatti “curiosi” che vi riguardano non mancano…

Si, fummo invitati tra gli headliners di quello che voleva essere il primo di una serie di gothic-festival in Italia, ma non suonammo mai. Le autorità avevamo stabilito che entro mezzanotte tutto doveva essere finito, così la nostra performance fu annullata. Un viaggio, seppur nella ridente Morciano di Romagna, a vuoto. Devo dire però che a parte quell’incidente siamo sempre stati trattati bene e abbiamo potuto contare su service dignitosissimi. Ricordo con molto affetto le serate autogestite al vecchio Circolo degli Artisti di Roma, così come quelle al Macchia Nera di Pisa, o al Dracma di Torino, al Condor di Bellaria, al Siddharta di Prato. Credo che la dimensione-locale, quella che ti consente di suonare a pochi metri dal pubblico, senza troppi fronzoli, sia sempre la più appagante.

A Plastic terror seguì lo scioglimento (ma fu davvero effettivo?) degli Artica. Giunti al terzo album, con un repertorio ormai vasto e da tutti riconosciuto come valido, il porre fine al gruppo rappresentò una ennesima occasione mancata? Da cosa fu determinato? Fu una decisione necessaria, presa magari per non intaccare amicizie, deteriorare rapporti consolidati?

In termini effettivi gli Artica non si sono mai sciolti. Semmai ci sono stati momenti di stanchezza, forse generati anche dal non vedere poi effettivamente decollato il gruppo dopo Plastic terror, ma non è mai stata posta la parola fine sul nostro progetto. Sono accadute tante cose, tutte più o meno nell’arco di pochi anni: lutti, figli, cambi di lavoro e anche qualche scazzo sì, ma marginale. Abbiamo sempre vissuto nella coscienza che la band fosse per tutti noi un aspetto fuori discussione. Imprescindibile malgrado tutto. Dopo il periodo post-Plastic terror abbiamo ripreso a suonare con una discreta continuità ma restavano delle criticità legate a dinamiche per certi versi ormai alterate che non saprei neanche analizzare nel profondo. Si è trattato di un periodo piuttosto buio effettivamente, senza pianificazione, e qualcosa ha cominciato a scricchiolare fino al cambio parziale di line-up e all’avvio di una fase animata da un nuovo entusiasmo. Si è trattato in ogni caso di un periodo di silenzio solo apparente dal quale sono nati otto brani nuovi che faranno parte del prossimo album e di cui andiamo molto fieri.

“Aggressione”, “Roma brucia”, due episodi di Plastic terror ove la madrelingua (in un contesto ove prevalgono i brani in inglese) assume una forza particolare. Il testo che si appropria del ruolo che gli compete, come per le più “antiche” “Cenere” ed “Indomita”. A differenza di altri vostri colleghi, non temi “classici” e triti, non vampiri o dimore infestate, bensì una profondità d’analisi che conduce anche al quotidiano, seppur trasfigurato per esigenze liriche. Come per altre vostre canzoni, “Leila (nell’Ade)” (vicenda accaduta realmente?), “Lorelei”, “Honiria”, germi di adesione ad un Romanticismo asciutto, patimento virile, ovvero il latino che chiosa “Preghiera (MCMXCV)”, per quest’ultima, vivete nel Centro della Cristianità, e le parole di quella canzone contengono più d’un riferimento alla fede.

Anche noi parliamo di mostri, vampiri e fantasmi ma senza nasconderci dietro figure retoriche. In sostanza cerchiamo per quanto possibile di badare al concreto: i veri mostri sono gli uomini e le loro malefatte, perché ostinarsi a chiamarle con altro nome? L’oscurità dietro la quale tanti “gotici” si mascherano, non è una benedizione, assumerla come vessillo è un atteggiamento nichilista che non fa parte del nostro modo di porci di fronte alla realtà. “Aggressione” e “Roma Brucia” parlano chiaro: piuttosto che crogiolarci nella vuota remissività di un mondo perso, preferiamo ancora urlare allo scandalo, dire la nostra, ribellarci. Gli Artica non sono figli delle tenebre, semmai del Sole ed è uno sprazzo di luce quello che abbiamo l’ambizione di portare con la nostra testimonianza. “Leila” è legata a due lutti piuttosto ravvicinati che ebbero come protagoniste due giovani amiche di penna (all’epoca ancora non esistevano le e-mail). Immaginarle varcare le soglie dell’al di là mi diede lo spunto di comporre quel testo. È sempre così: immagino un contesto e mi ci calo per raccontarlo in prima persona. Ho la fortuna di avere una fantasia piuttosto vivida il ché tuttavia a volte rende questo processo piuttosto “drammatico”… Il cantato in italiano fa più effetto, me ne rendo conto. Ciò nonostante credo che alcuni dei migliori testi degli Artica siano in inglese. Penso per esempio a “Sacrificium”, “Ocean”, “The deserter” e soprattutto a diversi dei nuovi brani che, non contento, ho composto sia in inglese che in italiano. L’ultimo sforzo è una lettera di commiato al proprio figlio di un condannato a morte dall’Isis. Mettere giù quelle quattro parole è stato estremamente doloroso. Dai tempi del romanticismo di “Honiria” sono mutate le esigenze. All’epoca ero un ragazzo di ventidue anni, oggi che ne ho quarantaquattro sento l’esigenza di una maggiore concretezza. Non rinnego nulla, ma si può fare un discorso d’insieme. Il mio modo di scrivere oggi è radicalmente diverso. Forse peggiore, forse migliore, ma inevitabilmente diverso.

Insistono, nella “tracklist” di ognuno dei vostri dischi, numerosi motivi contrassegnati nei titoli da nomi femminili. Come mai? Curioso che dei “best-seller” come i Toto (!) abbiano spesso ricorso a simile… “espediente”!

Quello dei nomi di donna e del lirismo romantico è un incantesimo che si è rotto con Plastic terror dove l’amore e la sensualità, seppure presenti in tracce come “Engel” ed “I don’t fit” trovano formule di espressione più elaborate. I primi due CD erano in effetti ricchi di riferimenti femminili, reali, immaginari od ispirati dalla letteratura. Si è trattato dell’abuso di un espediente comunicativo, che si è poi comprensibilmente ridimensionato negli album successivi fino quasi a scomparire.



Come eravate organizzati allora, dal punto di vista “logistico”? Quante opportunità offre ad un gruppo emergente una metropoli come Roma, con i suoi punti di aggregazione, con la mobilità che è sicuramente più facilitata che in periferia?

Roma è sempre stata una città caotica, con mille opportunità, ma nessuna organizzazione. Si riusciva a suonare se c’era intraprendenza e disponibilità. Nei primi anni ci esibimmo praticamente in ogni club della città. Ci servì a farci le ossa. Le cose cambiarono quando cominciammo a pretendere un minimo di compenso. Questo è il vero scandalo. Ancora oggi se proprio si deve pagare qualcuno nei locali si preferisce dare la precedenza a cover band che fanno audience, gli altri suonano al prezzo di un paio di birre e un panino. L’unico locale che rimpiango davvero a Roma è il Velvet. Gestito da persone capaci, serie e che almeno a noi hanno sempre pagato il cachet. Peccato che quella avventura sia durata relativamente poco…

Sovente utilizziamo il termine “scena” per definire un insieme di realtà accomunate da uno stile, un genere, e provenienti dal medesimo “territorio” (che sia città, provincia, regione…). A Roma è stata attribuita una, come se fosse operante una “comunità” goth/dark. Il che implica collaborazione, magari pure amicizia. Te lo chiedo in quanto “osservatore esterno” (dalla “Regio” più orientale d’Italia, permettetemi lettori, e pure tu Alberto, questo riferimento all’Antica Urbe), esiste davvero? Ovvero è una costruzione immaginaria, magari assemblata per facilità d’identificazione?

La nostra città ha sempre avuto una sua scena piuttosto attiva. Noi ne siamo stati affascinati soprattutto all’inizio, ai tempi del mitico Uonna Club. Poi la routine stanca ed è facile avventurarsi altrove. Non mi è mai piaciuto parlare di “comunità” o peggio ancora “movimento” goth/dark e personalmente non ne ho mai fatto parte fino in fondo. Ma è indubbio che c’è sempre stata e c’è tutt’ora la massima disponibilità e collaborazione tra le band ed i dj della Capitale.

E collegandomi alla mia precedente, non riesco, sopra tutto dopo aver riascoltato i vostri dischi, preparandomi a questa intervista, a collocarvi esattamente all’interno di una “scena” determinata. I tratti distintivi del vostro suono non  permettono di incasellarvi esattamente, e questo non piacque a tutti. L’utilizzo delle tastiere, il tuo stesso cantato, la ricerca della melodia senza scivolare nel banale, una padronanza tecnica che non viene forzata fino all’autocompiacimento.

Lo ritengo un complimento. In effetti abbiamo sperimentato molto e non abbiamo avuto pregiudizi. Ma del resto musicalmente cosa hanno in comune tra loro Joy Division e The Mission, The Cure e Fields of The Nephilim, Bauhaus e Christian Death? Non tantissimo direi. E non è imitando qualcuno o aderendo a un programma che si può creare musica sincera ed ispirata. Nel nostro approccio c’è molta naturalezza e una discreta dose di poliedricità. Cerchiamo di seguire l’ispirazione, esaltare i pregi di ciascuno di noi senza vincolarci reciprocamente. Ne converrai che il risultato è comunque più assimilabile alla scena gothic che ad altre. Se sia un bene o un male, non saprei, ma sicuramente non è molto importante.

Famiglia, lavoro, gruppo. Situazioni che mutano, che evolvono, che implicano pure sacrifici, rinunzie, sopra tutto per chi è genitore, ed alcuni di voi lo sono. Come mutano le dinamiche all’interno di un gruppo? Le prove, la composizione, l’organizzazione dei concerti, o del “marketing”, quanto internet può essere d’aiuto nella risoluzione di queste ed altre problematiche? Riuscirete ancora ad andare in “tour”? Artica è l’occasione unica per vedervi tra di voi, o vi incontrate anche “al di fuori” del gruppo?

Sì, tre di noi hanno figli ed effettivamente mettere insieme i pezzi è piuttosto complicato. Soprattutto se non si suona per professione, ma oltre alla musica c’è il lavoro, la famiglia e altri interessi che meritano d’essere coltivati…
È decisamente complicato far quadrare il tutto, ma resistono gli spazi “sacri” per la musica. E guai a chi li tocca. Fortunatamente le nostre famiglie ci incoraggiano e supportano. È anche grazie a loro se possiamo andare avanti.
La composizione musicale avviene molto spesso da spunti nati tra le mura di casa e altre volte spontaneamente nel corso degli incontri in sala prove.
Non dimentichiamo che gli Artica sono sempre stati e restano una realtà minore del panorama musicale italiano. Non abbiamo pressoché mai goduto dei servigi di una agenzia di promozione. Il che se da una parte limita il campo d’azione, dall’altra ci svincola da relazioni che potrebbero risultare castranti o scomode. Al momento curiamo tutto da soli, ognuno con sue mansioni come una piccola cooperativa senza fini di lucro. Al di là dell’aspetto puramente musicale quindi, io mi occupo di grafica, web, delle relazioni con i media e del merchandising; Stefano fa da promoter in ambito live; Federico è il fonico e produttore artistico nelle sessioni di registrazione in studio; Massimiliano della composizione delle partiture e della tutela dei brani; Gabriele si occupa della parte “amministrativa”. Internet può essere assolutamente di enorme aiuto per noi che non abbiamo accesso ad altre forme di media. Poi vengono le radio e le riviste. Quello live è un ambito che abbiamo ripreso da poco con due date davvero coinvolgenti che hanno ricevuto un’inaspettata accoglienza da parte del pubblico, dopo anni di assenza dalla scena. Vedremo cosa accadrà nei prossimi mesi, strada facendo. Sopratutto in seguito all’uscita del prossimo album che mi auguro sarà pronto entro il 2015.

Avendo anche tu collaborato a riviste come la nostra, ritieni che abbiano tutt’oggi un senso, colla messe di notizie che si possono acquisite tramite la rete? Quanto è importante per te la scrittura, lo “stile” di un estensore, e quanto “pesano” onestà, coerenza e competenza, qualità che spesso difettano, o che magari vengono compensate dalla “passione”? Scrivi ancora, o ti piacerebbe farlo (immaginando che tu possa disporre del tempo per farlo…)?

La scrittura è parte della mia vita, da sempre. Nella quotidianità sono direttore di una testata mensile che si occupa di tutt’altro rispetto alla musica. Il problema che poni è concreto e riguarda l’editoria nel suo insieme. Ovviamente l’attualità, quello che può essere consumato in tempo reale, trova in internet la sua ottimale via di diffusione. Alle testate specializzate resta il ruolo dell’approfondimento, ancora piuttosto scomodo da fruire attraverso il web. Quindi la mia risposta è sì, checché se ne dica le riviste hanno ancora un ruolo.
Poi ovviamente c’è un discorso legato alla competenza. Teoricamente un conto è quello che scrive il Mario Rossi qualsiasi sul suo blog, un altro quello che riporta un professionista su una testata registrata in tribunale. Ma i paradigmi stanno cambiano, pericolosamente. Internet non significa sicuramente qualità, ma di certo quantità, quel che interessa a gruppi che fanno a capo alle principali case editrici. Per un giornale oggi è importante raggiungere il più ampio numero di lettori per veicolare inserzioni pubblicitarie, non per fare cronaca, inchieste o quant’altro. Così chi dovrebbe essere titolato a fare informazione si ritrova spesso a inseguire gli utenti, sparando nel mucchio e scimmiottando miseramente quel che avviene sul web o, peggio, sui social network. Il risultato è l’appiattimento culturale che è sotto gli occhi di tutti, un ground zero dell’informazione e dell’intelletto. Una situazione che non possiamo rassegnarci ad accettare salvo non subire con remissione un inevitabile abbrutimento. Si può scrivere per ragioni diverse, tutte legittime. Ma se si vuole fare informazione bisogna imparare a mantenere un certo distacco dall’oggetto, anteporre la comunicabilità allo stile, evitare sensazionalismi e ruffianerie. Credo sia una sfida interessante che vale la pena affrontare.

Molti reclamano una “integrità artistica” che invece non appartiene loro. Non è il caso degli Artica. Non vi siete mai “venduti” a nessuno, ed immagino che nulla rimpiangi della coerenza che avete sempre applicato alla vostra carriera.

Artisticamente parlando abbiamo la grande fortuna di non vivere della musica che produciamo. Questo ci lascia la massima libertà di espressione. Possiamo scrivere le canzoni che vogliamo, coi testi che vogliamo. Non è tanto un discorso di coerenza, ma di libertà. La coerenza è un valore finché non diventa ottusità; noi cerchiamo di essere coerenti nella misura in cui ci sforziamo di non farci condizionare. L’ambiente goth in questo non aiuta molto, piuttosto risente spesso, come tutti gli ambiti “estremi”, di una certa crisi d’identità, che si traduce poi nella ricerca dell’eguale, del simile con cui identificarsi. Così molte band emergenti si muovono seguendo la scia di quelle celebri, rinunciando alla loro identità. Eppure l’arte è movimento, l’immobilità non dovrebbe appartenerle. La nostra intenzione non è fare goth, né qualcosa di originale, facciamo semplicemente la nostra musica, liberamente, coi nostri tempi. E così nascono album diversi l’uno dall’altro. Se passi in rassegna Ombra e Luce, Natura e Plastic Terror del resto non puoi non notare degli spostamenti di asse anche importanti, determinati non da scelte studiate a tavolino, ma dai gusti e dalle esigenze espressive del momento.

L’artwork, le immagini di copertina ed i contenuti grafici dei booklet sono correlati a quelli lirico – musicali? Chi se ne è occupato?

Ad eccezione di Plastic terror e della ristampa di Ombra e luce me ne sono sempre occupato io perché obiettivamente ero l’unico a masticare un po’ di competenze in ambito grafico. La copertina di Natura fu particolarmente ispirata e impegnativa. Ricordo che lavoravo con un Mac LC2, tra l’invio dato a un filtro di Photoshop e la visualizzazione del suo effetto, facevo in tempo a fare una bella doccia… La ricordo come una bella intuizione e in effetti la reputo ancora, a distanza di quasi 20 anni, una copertina ancora competitiva. Senza voler assurgere a un ruolo di artista che reputo troppo distante da me, è pur vero che non esiste una persona creativa che si possa sentire appagata con una sola modalità espressiva. Le suggestioni possono prendere forma in modi differenti. Tra cui, oltre alla musica, la poesia, la grafica, il disegno, la scultura, la fotografia.  Quel poco che ho realizzato per gli Artica non è mai stato frutto di un calcolo. Le cose, come sempre, sono venute da sole. Come le canzoni del resto…

Ed infine ancora insieme. Non tutti, manca all’appello il basso di Michele Mariella, sostituito da un altro concittadino, Federico Marigliano, ex-Diniego, guarda caso altro insieme al quale la catalogazione “goth-rock” va decisamente stretta, alla luce di quanto proposto (mi piace il loro Cielo sprecato). C’è stato un momento particolare che vi ha “convinti” a riprendere gli strumenti e ricominciare a suonare, ovvero si è trattato di un “processo” continuo, che è maturato in un arco temporale più esteso?

Credo che ci siano tante cose belle nella vita che tuttavia spesso vengono trascurate, dai figli allo sport, dal fare l’amore al ridere, dalla buona compagnia al sapersi ricavare spazi di solitudine. Inutile ora dilungarsi sulle ragioni ma spesso siamo così condizionati da una quotidianità schiacciante dal perdere di vista quel che per noi è davvero importante. Questo è in parte quel che è successo agli Artica qualche anno dopo Plastic terror. Non abbiamo mai appeso gli strumenti al chiodo, ma abbiamo lasciato che il gruppo e la nostra musica passasse in secondo piano, rispetto alle “incombenze” più banali. Per lunghi mesi non abbiamo più suonato insieme. Con Stefano in particolare ci siamo crucciati parecchio sul da farsi per portare nuova linfa e prospettive alla band, ma io stesso mi ero ormai rassegnato all’idea che il capitolo Artica poteva anche dirsi chiuso. L’accanimento terapeutico non ha alcun senso. Poi, pensavo, in due, in tre, con qualcun altro e con un altro nome, avremmo ricominciato prima o poi a suonare. Stefano invece ha insistito parecchio perché gli Artica e le loro canzoni non cadessero nel dimenticatoio, mi convinse al punto di lanciarmi nell’estremo tentativo di riunire tutti i membri originari. Scrissi una e-mail molto sentita e di lì a poco ci ritrovammo in sala prove a ridere e scherzare. La cosa funzionò per qualche mese, ma non per tutti. Michele se n’è andato ed è entrato Federico il cui entusiasmo ci ha aiutato a riprendere il volo con maggiore convinzione. Ora, musicalmente parlando, ci sentiamo più appassionati e produttivi di quando avevamo venti anni. Ha fatto bene Stefano a insistere.

Quali aspettative riponi in questa “ripartenza”? Rivivere emozioni del passato, creare nuova musica, suonare ancora dal vivo?

Il passato è passato e tutto sommato mi interessa poco. Mi aspetto musica nuova, pubblico nuovo, emozioni nuove.

Ed i nuovi brani, otto se non erro fino ad ora, come si collocano idealmente nel lungo percorso compiuto dagli artica dal 1989 ad oggi?

Man mano che passano i mesi i brani aumentano, ora potremmo già essere a quota nove. Abbiamo come sempre intrapreso una strada diversa. Cosa fisiologica a distanza di otto anni dall’album precedente. È difficile dall’interno fare analisi e accostamenti con i lavori del passato. Posso prendere atto di alcune caratteristiche che mi sembrano distintive, tra tutte il prevalere della linea melodica delle voce a dispetto del recitato più ridondante degli altri lavori. Ci sono più chitarre pulite che distorte ed in generale meno aggressività. Musicalmente mi sembra un bel progetto, intimista, a tratti oscuro e psichedelico, ma anche maturo, di larghi orizzonti, liberatorio. Un misto di dark e psichedelia. Per me il più bello e ispirato degli Artica. Alcune delle nuove tracce le abbiamo eseguite dal vivo nel concerto che il 28 marzo al Traffic di Roma ha segnato il nostro ritorno sulla scena live. Il pubblico presente ha gradito… Ai posteri l’ardua sentenza.

E riandando ancora al passato, senza rimorsi né rimpianti, personaggi che vorresti ri-incontrare, situazioni che ti piacerebbe rivivere, od altri dei quali invece non provi assolutamente l’assenza? Condividi questi stati d’animo coi tuoi colleghi del gruppo?

Persone che vorrei incontrare nuovamente, non saprei… Situazioni che mi piacerebbe rivivere… Forse giusto alcune scorribande musicali tra compagni di strada da un palco all’altro.

Ma c’è qualcosa che ritieni… sia stato lasciato in sospeso?

Onestamente credo che avremmo potuto fare molto di più, forse saremmo anche riusciti a fare il salto. Ma non è un rimpianto. Vedo come faticano quelli che ce l’hanno fatta in Italia, vedo cosa sono costretti a dire, a fare, a diventare e mi tengo aggrappato al nostro ruolo marginale. Rifarei quel che ho fatto, esattamente come l’ho fatto.

E cos’è la Nostalgia, per Alberto Casti? Hai mai “pesato” la portata (eventuale) di questo elemento nella riunione degli Artica?

Posso avere nostalgia di quel che non c’è più: di quando ero bambino, della spensieratezza, di mio padre, dei sogni impossibili. Non posso avere nostalgia di quel che c’è. E fortunatamente gli Artica ci sono ancora. Nell’affannoso inseguimento di un ideale stato di felicità e di comprensione, fare musica, scrivere e condividere sono una porzione necessaria al mio equilibrio. È così anche per gli altri, e se questo non avesse un senso profondo non ci ritroveremmo ancora oggi a fare le “rock star”. L’esibizionismo non è mai stata una molla preponderante, ma oggi lo è ancora meno. Perciò niente nostalgie. Mi ripeto: siamo proiettati verso il domani.

Proiettati verso il domani. L’anno che verrà vedrà gli Artica impegnati in una serie di date promozionali; la registrazione del nuovo disco, passo importante ed impegnativo (alcuni brani sono disponibili sul sito www.articaweb.eu), si concretizzerà così anche dal vivo, offrendo ulteriori motivazioni ad un nucleo di persone, prima che di musicisti, motivato a proseguire nel cammino artistico principiato lustri or sono. La lunga corrispondenza “epistolare” che ha avuto inizio agli albori del 2015 si chiude anche se, rileggendola per l’ennesima volta, ulteriori curiosità sono emerse. Le appassionate risposte di Alberto hanno suscitato in me un sincero entusiasmo, e non è che tali manifestazioni appartengano alla mia indole solitamente distaccata. Ma sento quasi il “bisogno” degli Artica, della loro esperienza, della loro “storia”, che “pesa” sopra tutto nel nostro Paese, di un insieme orientato ad un futuro che, ne sono certo, saprà scrivere con competenza e sopra tutto con passione. Non ci resta che attendere, allora, io sono già pronto!


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