Verney 1826: The Ghosts of Yesterday

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A circa un anno dalla stupenda intervista che ci aveva rilasciato, Verney 1826 ritorna con il suo nuovo album The ghosts of yesterday.

“Roma artana est” è un pezzo cinematico, che mescola melodie che si rifanno alle colonne sonore di Cinecittà con un parlato in tedesco accompagnato da effetti più duri. “The Oracle of Delphi” è un pezzo ethereal, caratterizzato da percussioni rituali e da un cantato femminile, che riesce a ricreare bene l’ambientazione mistica che evoca il titolo. “Queen of Hearts” ha sonorità neofolk con delle evocative sfumature medievali, che ricordano suggestivamente il background culturale di questa corrente. “Wind” è un pezzo romanticamente neoclassico, dove le tastiere aggiungono enfasi alla carica emotiva. “In Calvin Shatten” è un pezzo molto suggestivo ed emozionale, che tra l’altro era incluso in un precedente progetto, in cui lo stesso pezzo era stato remixato da differenti artisti. “Todesahnung” mescola molti stili: neoclassico, ambient e dark cabaret per un risultato coinvolgente, che riesce a dare il senso dell’angoscia che assale sentendo la morte che si avvicina: pare quasi che sia lei stessa a rivolgersi a noi, con le differenti lingue e voci che ha mietuto nel corso infinito del tempo. “Oh you, sad cypress” è struggente, malinconico e di un intensità tale da giungere dritto al cuore. “Promised land” ha un testo scritto da me, parlarne è quindi imbarazzante e coinvolgente allo stesso tempo, mi limiterò a dire che la musica dona enfasi alle parole e me ne ha fatto comprendere appieno l’intensità, dimostrando la grande sensibilità e capacità empatica di questo artista. “The seven seas of ice” è ricco di effetti che ne evidenziano il tono epico: dai suoni di gabbiani al suono lento e basso delle campane, un elegia del mare, dei marinai, della vita in quello spazio sterminato. “Katyn” ha tonalità tragiche, come il resoconto narrato e sonoro di un avvenimento doloroso, con le voci che si sovrappongono, come i racconti dei protagonisti e le percussioni che aggiungono dramma e solennità. “Fanal. Guido Faukes” ha una voce che recita su un tappeto di tastiere che acquistano pathos durante la canzone, con l’aggiunta sia di percussioni oscure, sia di un arcaico suono di flauto dalle suggestioni antiche che accompagnano il canto finale. “Ein Wintermarken” ricorda i canti di trovatori medievali, con i loro racconti romanticamente nostalgici. “O komm, o komm, Emanuel” è un pezzo carico di malinconia, rimpianto, dove voce ed effetti, che ricordano atmosfere belliche, riecheggiano al di sopra di una tastiera minimale. “1Q84” ha una melodia lentamente struggente su cui c’è un doppio cantato maschile e femminile ed una voce narrante lontana, che sembra raccontare le premesse della storia; non avendo dimestichezza con il tedesco non capisco le parole, ma si sente comunque la malinconia della musica. “Fur tausend bitter stunden” ha una melodia oscura come il titolo, enfatizzata dal pianoforte che pare davvero dipingere nell’aria il tempo che scorre senza nulla mutare e lasciandoci sempre tra le braccia della disperazione. “The voice of reason” sembra un pezzo di ambient marziale, con suoni inquietanti ed una voce che gli effetti rendono remota, che aggiungono un pathos drammatico al pezzo, nel mezzo del quale si inserisce un pianoforte dal suono luminoso che viene però soffocato e si perde nella sonorità dominante…. A me ha ricordato la luce, la bellezza di un sogno che la razionalità ha fatto svanire…. ella forse ci dice la verità, ma rende freddo il cuore. “End of history” è un pezzo neoclassico con venature nere, come ad enfatizzare che della storia, ciò che si ricorda sono sempre i momenti più oscuri.

Nel compenso un lavoro bello, vario, emotivamente intenso, impreziosito dalle sfumature apportate dalle numerose collaborazioni.

Per informazioni: http://verney1826.de/ - http://www.lichterklang.de/
Web: https://www.facebook.com/Verney1826
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