Buñuel: A resting place for strangers

0
Condividi:

Nel parlare di questo fulminante esordio di Buñuel parto dal Teatro degli Orrori, visto che il 50% di questa nuova band è proprio da lì che viene (Pierpaolo Capovilla, stavolta al basso, e il batterista Franz Valente). Seppur il Teatro sia uno dei miei gruppi preferiti ho rimproverato più volte, anche da queste pagine, il loro essere spesso prolissi e barocchi, di lavorare troppo per accumulo e quasi mai per sottrazione, approccio che invece sembra aver guidato la nascita del progetto Buñuel.
A resting place for strangers è infatti breve e violento, asciutto e intenso. La citata base ritmica costruisce un solido, granitico muro che Xabier Iriondo (Afterhours) sventra con la sua affilatissima chitarra, acida e ipnotica, precisa come un rasoio. Su tutto si posa l’efficacissima voce di Eugene S. Robinson degli americani Oxbow, che urla le sue storie di violenza, degrado urbano, sopraffazione, disperazione. Un blues anfetaminico, che viene dalla strada e che non lascia spazio alla malinconia, ma si nutre di sangue e rabbia. I 9 pezzi di A resting place for strangers si consumano così in poco meno di 30 minuti di un post-rock malato, pregno di rumore, tanto profondo da far venire in mente i Birthday Party di Prayers on fireJunkyard.
In ogni brano l’intensità della musica si unisce alla visionarietà dei testi, che srotolano immagini come in un flashback. Visioni rapide, minacciose, sensuali (ma di un sesso ossessivo e violento) che prendono forma in modo disordinato, come in un cut-up. “This is Love”, perfetta come singolo apripista dell’album, sembra un cortometraggio di un registra underground statunitense degli anni ’80; in “I, Electrician” si respira il preludio di una violenza carnale. Nemmeno in “Smiling faces of children”, a dispetto del titolo, c’è posto per la speranza: la musica sotterra tutto in una pesantissima colata di disperazione e nei testi Robinson afferma “And the dream of fine ends / Like it ends everytime”. “Dump track” ha un incipit che ricorda i momenti quasi-doom del Teatro degli Orrori (es. “Una donna” del recente album omonimo). In “Me+I” l’atmosfera pesante si stempera un po’ e diventa a tratti quasi orecchiabile: Robinson lascia spazio ad un duetto tra una voce femminile (Kasia Meow, autrice della bella foto in copertina e sua compagna) e maschile (credo che sia Capovilla anche se non è citato nei credits). “Whipsaw” infine chiude in chiave quasi hardcore un gioiello di album. Alla faccia di tutti coloro che avevano dato per “bolliti” Capovilla e soci!

Condividi:

Lascia un commento

*