Carlo De Filippo: Di Indomito Incanto

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Carlo De Filippo, già conosciuto per la sua militanza negli Oniric, si propone ora come solista con un album intimista, di ispirazione neoclassica, composto per la maggior parte da strumentali, ispirati alla poesia, all’arte, alle visioni oniriche e malinconiche, con un risultato emotivo ed emozionale; una musica che descrive stati d’animo e paesaggi interiori, come poesie affidate ad uno spartito ed alle note invece che alle parole.
“Del Perduto Eco”, dopo un intro di percussioni e sonorità che paiono un sovrapporsi di voci nel vortice del tempo, ha una melodia che pare ricreare le storie delle voci ascoltate all’inizio; che paiono voler chiedere attenzione sulla loro storia… e gli assoli, i cambiamenti di stile paiono rappresentare le persone, le generazioni che si susseguono nel fiume infinito del tempo…
“Estatico imbrunir” riesce ad evocare il trasporto dolcemente nostalgico che si sente di fronte ad un tramonto dai colori magici… l’onda di emozioni che si perdono, il vagare della mente verso emozioni e momenti preziosi.
La title-track “Di indomito incanto” sembra rappresentare sonoramente il senso del bello… delle visioni piene di fascino che riescono ad elevare lo spirito.
“Di impetuosa mescolanza” dona l’idea di qualcosa di delicato che si fonde poco a poco con un flusso forte, quasi violento; mi appare l’immagine di gocce di pioggia che cadono in un fiume tempestoso… forse la metafora di bambini che nascono per venire assorbiti dal fluire della vita.
“Interludio d’arcano moto” ha di nuovo la sonorità antica del primo pezzo, qui in una melodia più malinconica… quasi il ricordo di una vita ormai trascorsa, scivolata via, dopo essere passata festosa, come le note di un valzer…
“Di quei meriggi” è un brano struggente, che evoca ore trascorse perdendosi nei pensieri, nei moti interiori che spesso pervadono la mente e l’anima degli artisti.
“Talune nostalgie” ha due linee melodiche sovrapposte, come a rappresentare i ricordi e lo struggimento nostalgico della persona che li rivive.
“Attimi, imminenti”… sembra descrivere l’attesa, e la gioia incantata dei primi momenti in cui si avvera una cosa attesa o desiderata; il battito cardiaco che aumenta ed i sogni che riempiono la mente con le loro speranze.
“Attimi, fuggevoli” rievoca “Il trionfo di Bacco ed Arianna”: un’elegia degli attimi felici, gioiosi, ma fatalmente destinati ad una breve durata.
“Struggenza in re minore”, eseguita al clavicembalo ha un fascino antico ed evoca suggestioni barocche, come le foglie che cadono in autunno in uno sfarzoso giardino all’italiana.
“Velo d’oblio” ha un suono più contemporaneo, grazie anche agli arpeggi di chitarra, che suggeriscono momenti di vita che poi sfumano lentamente, nel pianoforte che pare simboleggiare la memoria che prima o poi, lentamente ma inesorabilmente si affievolisce fino a sfumare nell’oblio.
“Daffodils”, trasposizione in musica di una poesia di William Wordsworth ed unico pezzo cantato di questo album, ricorda una versione ancora più intimista, ed in alcuni tratti fantasmagorica, di “Where the wild roses grow” di Nick Cave.
“Rugiada” si apre con dei rumori spettrali, che evocano una nebbia che tutto inghiotte, ma che, come per magia si dissolve alla luce del sole per lasciare posto a delle gocce di rugiada che fanno risplendere i fili d’erba e i petali dei fiori; l’alternanza di suoni spettrali e crescendo affascinanti pare rappresentare la lotta tra la foschia che vorrebbe cancellare la natura e le gocce di rugiada che invece ne amplificano la bellezza rendendola quasi magica.
Si tratta di un album molto bello, pieno di emozioni talmente intense da diventare visioni, che va ascoltato dedicandocisi totalmente: in cambio ci trasporterà in un viaggio immaginario nei territori dell’universo interiore, come un buon libro.

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