Corte di Lunas: Lady of the lake

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Il complesso friulo-giuliano (i sei componenti giungono di tutte o quasi le contrade della mia terra) si dimostra attento e rispettoso interprete di un genere che abbraccia elementi diversi e che nel corso degli anni ha saputo rinnovarsi nel rispetto di una consuetudine compositiva che affonda le sue radici nel declinare degli anni sessanta. Lady of the lake, dall’evocativo artwork curato da Marina Sussa, che richiama alla memoria pietre miliari del folk-rock britannico, marca il terzo capitolo della storia del gruppo (recente è la conferma che l’imbrunire del 2016 vedrà un ulteriore sviluppo discografico), ed è costituito da otto brani originali di forte impatto (vengono però accuratamente evitate le esagerazioni nelle quali scivolano sovente le band di scuola tedesca), ove la strumentazione tradizionale di un combo rock affianca quella classica degli insiemi devoti alla riproposizione di quelle sonorità cosiddette celtiche che dalle radici albioniche hanno sviluppato rigogliosi arbusti. La voce potente ma duttile di Giordana evoca scenari imponenti ove si consumano epiche gesta, ovvero distese verdeggianti punteggiate d’arbusti ove pascolano gli armenti, e l’apporto di cornamuse e flauti, oltre ad un apparato percussivo impressionante, generano motivi coinvolgenti che evidenziano una struttura ancorata alla tradizione ma naturalmente tendente ad una evoluzione che sottrae il gruppo dal ristagno in perigliose stanche ispirative. Il lavorio instancabile di Rik (batteria) e di Rango (al basso, recentemente sostituito da Massimo Girardi) offre alla coppia formata dalla valente polistrumentista Manuela e da Coghy (sono loro a cimentarsi con profitto alle fondamentali cornamuse) una granitica base, sulla quale interviene con giovanile esuberanza lo spigliato chitarrista Thomas (che si diletta pure al didgeridoo ed al bouzouki), trovando sostegno nel violino suonato dall’ospite Raffaella Petronio (in “Ys” e nella title-track), offrendo al diletto dell’ascoltatore arie accattivanti e godibilissime, ove sono evidenti i margini ampi di concessi dai variegati back-ground dichiarati dai singoli componenti. Ma non limitiamo il presente lavoro alla semplice fruizione danzereccia, recheremmo torto alla loro preparazione e sopra tutto alla dedizione che fa da collante al loro operato, tant’è che il brano più scontato del lotto è proprio quella “The circle” firmata dalla osannata coppia Blackmore/Night (originariamente su “Secret voyage” del 2008, non dovrei cadere in errore, magari lo ricupererò), che chiude il disco: se la delicata Candice è stata improvvidamente accostata alla divina Stevie Nicks, allora mi giuoco tutte le carte che serbo in saccoccia e cito i Renaissance dell’altrettanto celestiale Annie Haslam! Un’intensa e proficua attività live ha permesso al sestetto di cementare vieppiù una comunione d’intenti che rappresenta davvero il decotto magico ch’è il fulcro della loro creatività: imperativo allora recarsi ad un loro concerto!

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