David Bowie: ★ (Blackstar)

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Nemmeno il tempo di metterci a scriverne la recensione e già l’ultimo disco di David Bowie è diventato l’ultimo per davvero: la malattia di cui si era vociferato durante gli anni di silenzio e assenza dalle scene successivi ai problemi di cuore del 2004, nell’ultimo anno e mezzo c’era davvero. Così Blackstar diventa il suo testamento, e col facile senno di poi si possono trovare segnali e annunci sia nei testi che nei due video che lo hanno annunciato.

Infatti, contrariamente a quanto accaduto per il precedente The Next Day (2013), questo non è davvero arrivato arrivato a ciel sereno: prima la svolta verso il jazz (o verso i musicisti jazz) avvenuta con “Sue (or In A Season Of Crime)”, l’inedito contenuto nella raccolta Nothing Has Changed (2014); poi l’annuncio del musical Lazarus, sorta di séguito dello storico film L’uomo che cadde sulla terra, co-scritto da Bowie e la cui colonna sonora comprendeva vecchi brani riarrangiati e quattro canzoni nuove. Successivamente la notizia che Bowie avrebbe composto la sigla della serie tv The Last Panthers, ovvero “Blackstar”, che poi diventa primo singolo e title-track del nuovo disco (con tanto di video diretto dal regista della serie, Johan Renck). E dopo l’annuncio del nuovo album, ampie interviste al produttore e ai musicisti e recensioni uscite già a dicembre: sembrava la conferma del pieno ritorno all’attività, ora invece ne scopriamo, nel modo peggiore, i veri motivi.

Il disco aveva suscitato curiosità già quando si era saputo che Bowie non avrebbe lavorato, eccettuato il produttore e amico Tony Visconti, coi suoi soliti musicisti: la notizia di un gruppo formato da Donny McCaslin e altri del giro di Maria Schneider faceva sperare gli amanti del Bowie più audace in un abbandono della classicità dei dischi a cavallo del 2000 e di The Next Day; addirittura si immaginava anche una vicinanza alle sperimentazioni ardite della sua musa Scott Walker.

Il risultato è un po’ diverso, anche rispetto a chi diceva che in realtà si trattava di “un disco rock suonato da musicisti jazz”: è pur sempre Bowie che riconduce l’avanguardia alla forma canzone, sia pur alterata nello stile o nella struttura: in questo senso vedi “Blackstar”, che all’inizio presenta effettivamente qualche affinità col Walker sperimentale (unico momento del disco), ma poi si ferma per aprire su una sua classica melodia primi ’70 contrappuntata subito da cori da periodo berlinese, prima di riprendere il tema iniziale. È un brano di costruzione audace e tono cupo, forse l’unico vero momento sperimentale del disco.

Nel resto, infatti si lavora principalmente di raffinatezze dei musicisti (per dirne due, il sax di McCaslin che imperversa spesso, e la grande prova del batterista Mark Guiliana – da recuperare il suo Beat Music, 2012), bellezza dei dettagli, movimentazione della forma canzone grazie ad arrangiamenti che negli ambiti rock e pop sono davvero poco frequenti.

“Tis a Pity She Was A Whore” (pochi contatti col dramma del ‘600 da cui prende il titolo), già pubblicata in versione demo sul singolo in vinile di “Sue”, è già diversa: funk frenetico con melodia circolare che richiama certi suoni di Black Tie White Noise.

O “Lazarus”, unico brano del musical presente sul disco, ballata lenta in cui Thomas Jerome Newton/Bowie mette a nudo il proprio drammatico presente: l’inizio è vagamente Cure (come il video con l’armadio e un uomo a letto circondato da presenze minacciose), la cadenza lenta rende bene il contenuto del testo e il pezzo, nonostante la semplicità armonica e la melodia che è una versione semplificata del ritornello di “Slip Away” (2002), funziona.

Anche “Sue” è risuonata rispetto al singolo e alla raccolta: le chitarre e la frenesia jungle hanno preso il posto della big band e delle dilatazioni dell’altra versione, col risultato di due canzoni molto diverse, tra l’eleganza della prima, forse più in sintonia col testo, e l’efficace aggressività della seconda (anche qui grande prova del batterista).

Il “secondo lato” si apre con “Girl Loves Me”, il cui andamento ricorda la “Ricochet” che apriva il lato B di Let’s Dance: ma quello era un brano sfacciato e baldanzoso, mentre qui l’atmosfera è quella cupa generale, benché anche la melodia abbia una sua maestosità. Il testo è un esperimento sul linguaggio, scritta  com’è un po’ in gergo “Polari” un po’ in quello di Arancia meccanica.

Le ultime due sembrano le più leggere: “Dollar Days” può ricordare certi lenti ariosi di Max Gazzè (sembra strano, ma è così), ma non manca di eleganza, mentre “I Can’t Give Everything” vaga leggera su un andamento quasi da viaggio in macchina e sulle sonorità più rilassate di Earthling, mentre il testo in molti passi ha l’aria di salutarci tutti.

In conclusione, anche se non è sperimentale come si pensava, si tratta tuttavia di un disco che non si adagia sui canoni consueti dell’autore o sulla formula “stile classico ma con buone canzoni” dei migliori dei suoi coetanei: azzarda invece una sorta di “avanguardia pop” che, poi, è ciò che ha sempre fatto nei suoi momenti migliori.

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